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Noia e apatia: perché ci lamentiamo e ci annoiamo?


Scritto il 31 maggio 2018

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Essere stabilmente di buon umore sarebbe il metodo più facile per avere una vita soddisfacente e non rischiare di cadere preda dell’apatia e della noia. Ma come si fa?

Conosciamo persone che si annoiano sempre, e forse anche noi facciamo parte di queste persone.
Chi si annia ha una radicale difficoltà ad entusiasmarsi. Perché? Ho scovato un libro bellissimo che parla di noia e apatia in modo del tutto nuovo, in realtà anche nel mio libro ne parlo, certo con meno competenza visto che non sono una psicanalista e non ho il curriculum di Gustavo Pietropolli Charmet.
Il libro si intitola L’insostenibile bisogno di ammirazione edito Laterza. Vediamo cosa dice.L’insostenibile bisogno di ammirazione

Che cos’è la noia?

La noia e l’apatia sono malesseri è causati dal non trovare un motivo per cui valga la pena entusiasmarsi.

La noia si serve del disprezzo per annientare il valore di qualsiasi proposta che passi per la testa della persona annoiata: c’è sempre la sensazione che le proprie idee non siano degne di ammirazione, perchè inutili o prive di originalità.

Datemi qualcosa di forte e smetterò di disprezzare

Per uscire dal disprezzo, dalla noia  e dalla lamentela ci vuole un’impresa rischiosa, violenta, rumorosa, che lasci una traccia del proprio passaggio e della propria esistenza. Ecco perché la noia è la regista delle imprese più trasgressive e vandaliche di chi è alla ricerca di emozioni. E questo vale anche per i ragazzi

L’obiettivo è ottenere visibilità o quanto meno ascolto, anche se irritato o risentito.

Abbiamo bisogno di essere ammirati

La caratteristica di chi prova noia e apatia e quindi cerca visibilità per uscirne è che queste persone sono impreparate ad ammirare gli altri, anche se hanno bisogno a loro volta di essere ammirati.

Nello scenario sociale in cui viviamo, alle prese con un’alluvione di immagini e suoni rispetto al silenzio comunicativo di un tempo, il cercatore di ammirazione è una persona che ha paura di non essere visto: nel selfie e nei post su facebook egli cerca il lenimento degli amici che con i loro like dispensano barlumi di ammirazione vera o presunta.

Ritrovare il desiderio è la cura radicale

E alla paura di essere dimenticato si aggiunge l’estremo opposto: il terrore dello sguardo implacabile, quello che giudica.

E’ lo sguardo che mette alla gogna, lo sguardo del bullo sulla sua vittima che costringe a vergognarsi di tutto ciò che si fa o si è.

Il bisogno di scomparire

Nel caso dell’umiliazione dell’anonimato invece il tema centrale è la vergogna, il difetto, la mancanza di coraggio morale. Vergognarsi comporta il bisogno di scomparire, è mortificante per etimo: presuppone la morte del soggetto.

L’adolescente che si vergogna

Pietropolli Charmet è un genio, mi fa saltare sulla sedia il suo bellissimo saggio, anche quando continua con esempi di devastante chiarezza in merito all’adolescente che si vergogna.

Mi fa soffrire pensare ai genitori dei ritirati sociali, ragazzi che abbandonano la scuola e si ritirano in camera loro per interi anni, lasciando mamme e papà immobilizzati dal dolore e dall’incomprensione.

L’autore parla anche delle grandi digiunatrici, giovani ascetiche che sostengono che dominare la fame significa vincere una battaglia contro i propri istinti.

Capire questi drammi significa conoscere meglio il modo in cui i nostri figli e i loro amici percepiscono il mondo. E’ affascinante!

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Cosa cercano i ragazzi di oggi

I ragazzi di oggi cercano adulti autorevoli, esseri umani degni di essere imitati e non macchinette patetiche prive di dignità. E quando li trovano non se li lasciano sfuggire.

Ciò che li attrae di loro è la passione che li anima o la sicurezza che sanno trasmettere o la dimensione etica che sanno far trasparire.

I ragazzi cercano persone da ammirare… speriamo solo riescano a trovarle.

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Crisi e crescita personale

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Crisi e crescita personale


Scritto il 19 febbraio 2018

@jakeufkes

@jakeufkes

Per alcuni non è chiaro cosa siano i percorsi di crescita personale e l’equilibrio interiore, ma è difficile per gli altri spiegarlo con parole comprensibili.
Perchè è un bisogno e comunicare i propri bisogni significa ammettere di aver bisogno di essere capiti dagli altri. Imbarazzante. Inoltre magari è un bisogno che non tutti hanno.

Trovare parole per descrivere quel senso di straniamento, di isolamento, di perdita di senso, di impotenza che ci allontana da noi stessi richiede cautela.

Molte persone sentono il bisogno di incamminarsi in un nuovo percorso di vita che faccia chiarezza. Non si sentono a loro agio nella contemporaneità e cercano modalità e strategie per riorganizzare il proprio essere nella vita di tutti i giorni.

Il motivo può anche non essere la contemporaneità con i suoi malfunzionamenti, può trattarsi di una crisi personale che arriva (non per caso) ad un certo punto della propria vita oppure che giunge più volte in fasi diverse.

Crisi_Biografiche Natura e Cultura editriceHo trovato un libro che esprime tutto quanto con le parole migliori possibili e ne da conto attraverso un breve excursus storico delle correnti di pensiero che se ne sono occupate.
E’ Crisi biografiche, occasioni di vita. Lo sviluppo dell’uomo tra giovinezza e anzianità.

L’autore è Bernard Lievegoed psichiatra di formazione, pedagogo, docente universitario olandese e fondatore dell’Istituto Pedagogico Olandese per il Commercio e l’industria.

Qui c’è la scheda del libro Crisi Biografiche casa editrice Natura e Cultura. Puoi comprarlo sul sito Feltrinelli con lo sconto del 15%.
Questa non è una pubblicità, ma un caloroso invito alla lettura per persone che come me sono alla ricerca delle vere domande e delle proprie personali risposte esistenziali.

L’autore, come figure del calibro di Adriano Olivetti ha saputo portare le peculiarità delle varie fasi dello sviluppo personale all’interno degli apparati organizzativi.

Essere in ascolto della vita

Una cosa è certa: per chi vive ascoltando la propria voce interiore la quotidianità non è facile perchè il proprio agire e pensare non sono più guidati dai luoghi comuni e dalle convenzioni sociali.
Che cosa ci guida allora?

Le azioni che compiamo tengono in considerazione molteplici fattori e si accompagnano ad intuizioni, associazioni di significato,  attribuzione di valore, stati d’animo che influenzano il modo stesso di percepire il mondo. Detto in altre parole: vivere con consapevolezza fa assumere alla vita significati molto diversi da quelli usuali e impone di cercare senso in pieghe inedite della vita e di non smettere mai di scavare sotto la superficie delle cose.

Le età della vita

Il corso della vita umana che compone la biografia dell’uomo è una vera e propria opera d’arte che si dispiega sotto tre punti di vista: quello biologico, quello psichico e quello spirituale. Il lavoro biografico è una pratica terapeutica e di autoeducazione di ispirazione antroposofica il cui obiettivo è quello di risvegliare un nuovo sguardo su se stessi che sia foriero di nuove domande e nuovi punti d’osservazione.

Durante la vita esistono tappe più o meno obbligate che l’uomo si trova a compiere, e ogni fase è caratterizzata da elementi particolari. Esistono vari modelli secondo i quali la vita dell’uomo viene suddivisa in periodi, molto simili in tutte le culture e le epoche.
Il metodo greco dell’ hepdomaden: 10 fasi da 7 anni ciascuna che i romani hanno accorpato per creare una suddivisione in fasce da 14 anni l’una fino ad arrivare alla psicoanalisi di Freud e alla psicologia dell’età evolutiva. E’ nota a chi legge, credo, la teoria dei settenni di Rudolf Steiner.

Nell’adolescenza insieme alla provvisorietà c’è l’assolutezza delle propri convinzioni, il rifiuto del compromesso, la protesta contro l’ingiustizia, il coraggio di iniziare ad assumersi la propria responsabilità individuale.
Nella fase mediana della vita (21-42 anni) il carattere si è plasmato con il superamento degli ostacoli e delle resistenze della vita. Disillusione e oggettività sono il prezzo da pagare, il pone ora la domanda decisiva, se sia possibile trovare altri, nuovi valori.
Scoprire che noi stessi siamo questi valori, nella misura in cui li realizziamo nella nostra esistenza personale, mi giunge forte e chiaro dopo quasi 15 anni che mi esercito.

Ricordate quando avevamo i bambini piccoli e dicevamo a noi stessi che volevamo essere umani degni di essere imitati, avendo appreso i fondamentali effetti che l’imitazione aveva sui bambini?

Fare per gli altri, fare per sè

Ci siamo esercitati a diventare degni di incarnare quei valori e lo abbiamo fatto solo per amore dei nostri figli ma poi ci siamo accorti che quell’obbiettivo era duplice: lo facevamo per loro nella stessa misura in cui lo stavamo facendo per noi, per trovare i nostri valori fondativi e il nostro leitmotiv.

…il letimotiv si può cogliere nella reazione dell’individuo ai fattori ereditari e all’educazione ricevuta …

A me questa una riflessione sembra una bomba: intuitivamente lo sapevo già ed è il motivo per cui mi sono appassionata negli anni alla pedagogia. E’ anche il motivo per cui mi sento una sopravvissuta anzi una resiliente e sono grata alla mia famiglia per le difficoltà che mi ha portato involontariamente incontro.

Avere coscienza del proprio valore

Avere coscienza del proprio valore (conoscenze, esperienze di vita e capacità di giudizio) e contemporaneamente liberarci dalla prigionia dell’ego (volontà di affermazione personale, aspirazione di potere): ecco la missione da compiere tra i 40 e i 50 anni secondo l’autore.

Dopo ci sarà solo più da decidere una volta per tutte con quale atteggiamento andare incontro alla vita che resta e sarà il momento di porsi nuove domande. Non più chi sono ma per quale scopo voglio impiegare i miei talenti? qual è il mio vero compito?

E’ necessario fare è allargare il proprio orizzonte, fare il punto della situazione, correggere la rotta per realizzare il proprio fine, lo scopo. Che cosa voglio? Sono nel posto giusto? 

L’autenticità delle persone

Ti capita mai di sentire un adolescente esprimere un giudizio impietoso ma verissimo a proposito di un adulto o di un insegnante? E come se fosse in grado di fargli radiografia morale.
I giovani sanno riconoscere a prima vista chi ha saputo liberarsi dalla prigionia dell’ego e lo considerano personale autorevole e di riferimento. Tutti gli altri non contano più nulla per lui perchè non è attratto nè dalla posizione, nè dal sapere, nè dal prestigio di queste persone.

Esercitare l’imperturbabilità

Alla ricerca di un equilibrio sempre più ambito sono approdata alla meditazione ma questo è un altro paio di maniche. L’autore ne parla a tratti soffermandosi sull’introspezione, sullo studio fenomenologico e su quella che Rudolf Steiner chiama la concezione goethiana del mondo.

Ma non voglio dirvi troppo… buona immersione in voi stessi.

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se hai 13 anni usa la bicicletta invece dello smartphone. cresci meglio!

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Meglio la bicicletta dello smartphone


Scritto il 18 gennaio 2018

usa la bicicletta invece dello smartphone. cresci meglio!
photo credit:Florian Klauer

Seguo con passione il mondo dei media: che fine faremo noi e i nostri figli dopo lo tzunami smartphone e social?

In questi anni mi sono fatta delle idee, ne parlo anche nel libro in uscita, ma ieri c’era a Roma Alberto Pellai e mi sono fiondata a sentirlo per sapere come la pensa.

Alberto Pellai è medico e psicoterapeu­ta dell’età evolutiva, ricercatore di scienze bio­mediche del­l’Università di Milano. Autore di molti libri e del sito tuttotroppopresto.it: un esperto insomma, mica come me che sono solo una mamma di tre figli maschi che ne sa un pochino di web.

Quando è il momento dello smartphone?

Parliamo di smarphone perchè qui non ci sono in ballo le telefonato c’è ben altro. Consegnare il telefonino significa mettergli in mano social, whatsapp, youtube e tutto il resto, lo sappiamo.

Il dottor Pellai ha esordito con il cappello di padre di 4 figli per cui vige la regola smartphone a 14 anni.

Una rivoluzione durata 5 anni

Con il primo figlio oggi 17enne è stato facile perchè si parla di una decisione presa 3 anni fa, per gli altri è più complicato: la secondogenita afferma di sentirsi una sfigata e il terzogenito odia la bicicletta che gli hanno regalato in prima media.  Voleva lo smartphone.

skateboard in riparazione

Insomma sembra la nostra storia

Noi abbiamo deciso che a 12 anni avremo concesso lo smartphone senza internet (solo wifi) e con contratto telefonico a consumo. Per tutti i figli e dopo la firma contratto d’uso.

Ora il figlio grande 15enne quando vede il piccolo di 8 che alle 9 di sera gioca con il mio smartphone mi chiede se mi sono bevuta il cervello. “Io andavo a letto alle 7.30 e non ho mai preso uno smartphone in mano neanche per fare una foto” dice. Ha ragione.

Se cerco di dirgli che i tempi sono cambiati non mi crede, non ne ha la percezione. In 5 anni ne sono passati 20, lo dice anche Pellai.

Se gli spiego che mezz’ora di tecnologia al giorno in terza elementare è un buon compromesso mi dice che sono una fallita perchè ho gettato la spugna. Forse ha ragione.

Se non è la bici purchè sia…

Basta che ci sia vita nei nostri ragazzi e non solo tecnologia! Il tredicenne di casa è fissato sia con lo smartphone che con lo skateboard. A forza di dirgli “metti giu quel telefonino” ha trovato un sano equilibrio tra le due cose e ora usa la tecnologia per fomentare i suoi (sani) interessi.


Per il resto passa le giornate a farsi prendere a parolacce dai vecchietti mentre va in skate sui marciapiedi. La cosa importante però è questa:

Glielo lasciamo fare!

Lo lasciamo andare al Maxi o all’Ara Pacis da solo in skate. Fa una decina di isolati sul marciapiede del lungotevere con quell’aggeggio solo per trovare una superficie liscia.

Il sabato lo portiamo al Bunker Skatepark o a Cinecittà Skatepark per assecondare la sua voglia di mettersi alla prova.

E’ una palla? Si, preferiremmo andare al cinema. Questa passione lo tiene un po’ lontano dalla tecnologia e più  vicino a se stesso. E ne vale la pena!

Se vuoi ascoltare l’incontro con Alberto Pellai ascoltala qui:

Temi dell’incontro

Pericoli e opportunità del mondo digitale.
Lo smartphone come alcool e tabacco: da vietare ai minori?
Pre-adolescenza: e se fossero i genitori il problema?
Dalla musica al cinema, dal web alla tv: difendere i ragazzi dai messaggi di un contesto iper-eccitato.
Il tiro alla fune tra genitori e figli: una precisa strategia educativa.

 

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Tutori volontari di minori non accompagnati

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Tutori volontari di minori non accompagnati


Scritto il 20 luglio 2017

Ricordate quando parlavamo di esseri umani degni di essere imitati?
Ho scoperto che esiste la possibilità di diventare tutori volontari di minori non accompagnati, prendendosi cura di ragazzi che arrivano in Italia senza famiglia non dal punto di vista tanto materiale quanto umano. Saranno ragazzi presi in carica dai servizi sociali che avranno bisogno di essere sostenuti e aiutati nelle scelte della loro vita e che potrebbero trovare nella nostra famiglia un punto di riferimento.

Vi ho raccontato molte volte di come, da quando siamo diventati genitori, abbiamo cominciato a sentire tutti i bambini come anche figli nostri e quella naturale tendenza a prenderci cura si è dilatata e trasformata in un senso di responsabilità verso i piccoli.

Vogliamo anche essere dei buoni esempi per i nostri figli, essere in grado di dimostrare che prendersi cura di un pezzetto di società fuori dalla famiglia è una cosa fattibile. Non un segno di eroismo ma forse il minimo che si può fare per restituire tutto ciò che abbiamo avuto dalla vita.

Invece di parlare per una volta abbiamo un’occasione: il Garante per l’infanzia e l’adolescenza ha emanato in molte regioni un bando per accogliere persone disponibili a diventare tutori volontari di minori non accompagnati. Persone che abbiamo voglia di mettersi a disposizione di giovani che non hanno la fortuna di essere protetti, curati e amati dalle loro famiglie e che si ritrovano soli e fragili senza alcun sostegno nè morale nè materiale.

Il bando per la Regione Lazio si può scaricare qui, è necessario compilare un modulo e si avrà accesso ad un corso gratuito di 30 ore che darà l’abilitazione a donare il proprio interesse e la propria cura per un alto ideale di accudimento di quelli che speriamo saranno i nuovi cittadini italiani del futuro. Ragazzi che, avendo ricevuto la giusta accoglienza e il calore umano che è dovuto ad un bambino o ad un ragazzo minorenne, svilupperanno quel senso di gratitudine che sarà il motore della prossima generazione.

In ogni regione le regole sono leggermente diverse. Per le regioni Toscana, Sardegna, Abruzzo e Molise il bando è questo. Per tutte le altre regioni c’è un prospetto sul sito di vita.it

avviso

Cosa devi fare

1
Sii un punto di riferimento e abbi cura che vengano tutelati i suoi interessi
A volte i bambini e ragazzi che arrivano in Italia sono persone molto fragili che hanno perso tutto e hanno bisogno anche solo di un punto di riferimento iniziale. Da cui partire.

2
Ascolta i suoi bisogni
Essere ascoltati è importantissimo per un minore che non ha punti di riferimento. E’ l’attenzione che c’è nell’ascolto un punto chiave per cominciare a ricostruire la sua autostima e capire ciò di cui ha più bisogno

3
Coltiva le sue potenzialità
Ascoltandolo potrai capire come meglio indirizzarlo, quali sono i suoi punti di forza e come usarli per sviluppare resilienza e forza d’animo

Cosa non devi fare

1
Non devi ospitarlo a casa tua
Non hai obblighi di residenzialità perchè il minore sarà ospitato in comunità per minori o nel migliore dei casi in famiglie affidatarie. Ma non è detto che poi non scelta tu di offrirgli ospitalità e questo non sarà proibito.

2
Non devi prenderlo in carico economicamente
Il minore sarà assistitito economicamente dai servizi dello Stato. Non dovrai occuparti di pagargli nè il vitto, nè l’alloggio, nè gli studi. Il supporto che ti chiediamo di dare al minore è di ordine umano, organizzativo e di inclusione sociale.

3
Non ci sono vincoli
Oltre a dimostrare di essere un cittadino italiano onesto ed in regole con i tuoi obblighi civili non ci sono altri vincoli. Puoi essere o meno sposato, avere o meno dei figli, l’importante è che tu dimostri di avere una motivazione per questa azione di partecipazione sociale come strategica e delicata come prenderti umanamente cura di un minore in balia del suo sfortunato destino.

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Cosa serve per avere una buona relazione con i figli?


Scritto il 18 maggio 2016

Fabio Alessandri è un maestro e un formatore di insegnanti nell’ambito della pedagogia steineriana ma prima di tutto è un amico ha saputo stare vicino alla nostra famiglia e darci consigli che in questi anni si sono rivelati utilissimi e preziosi per fare i genitori.
Ecco secondo lui cosa serve per stabilire una relazione di cura con i bambini.

Le nostre priorità

Il tempo che dedichiamo alle cose ci parla delle nostre priorità. Facciamo un esempio: se dobbiamo cucinare per qualcuno sappiamo che dobbiamo prepararci per tempo.
Cominciamo col pensare cosa cucineremo, andiamo a fare la spesa, la portiamo a casa e iniziamo il lavoro. Quando è pronto apparecchiamo e solo a questo punto possiamo far sedere a tavola la persona per cui abbiamo tanto lavorato. Alla fine del pasto riordiniamo, laviamo tutto quanto abbiamo utilizzato. Questo mostra che il tempo che dedichiamo alla preparazione di un buon pasto è infinitamente maggiore di quello che passiamo a tavola con le persone per cui abbiamo cucinato.

Quando abbiamo delle difficoltà con i nostri bambini però non mettiamo a frutto l’esperienza che abbiamo maturato in cucina. Ci facciamo un sacco di domande per cercare di spiegarci i loro comportamenti «indesiderabili» e non ci accorgiamo che il tempo dedicato alla preparazione di quanto offriamo ai bambini è del tutto insufficiente. Crediamo che l’educazione si giochi nel momento in cui stiamo con loro e non ci accorgiamo che – proprio come quando facciamo da mangiare – dobbiamo lavorare prima e dopo il momento in cui stiamo con loro e sapere esattamente cosa preparare e come.

Trascurare ciò che conta davvero

A che si deve questa trascuratezza nella preparazione dell’incontro con i propri figli? Probabilmente dipende dal fatto che siamo abituati a nutrire il corpo, ma non l’anima che lo abita. L’esistenza di quest’ultima, nella nostra cultura, è quanto mai dubbia e perciò non ci si occupa del suo nutrimento. Così l’anima, invece di crescere e svilupparsi, intristisce e deperisce.

Se però ci siamo accorti che l’anima esiste e per poter crescere sana e forte ha bisogno di essere nutrita tanto quanto il corpo, dobbiamo trovare il tempo per prepararci adeguatamente a saziare l’anima dei nostri figli. Bastano anche solo cinque minuti al giorno. Cosa fare in quel breve tempo?

Fare chiarezza

Tanto per cominciare bisogna esercitare lo sguardo retrospettivo su quanto abbiamo fatto. Dobbiamo riuscire a ricordare con precisione gli eventi vissuti senza giudicare, criticare o interpretare i comportamenti nostri e degli altri. Si può procedere scegliendo un episodio particolare della nostra vita con i bambini nel quale è sorta una qualsiasi difficoltà e ricostruire con la memoria i fatti, dipingendo la scena come se guardassimo un film o uno spettacolo di teatro, cercando di ricordare il maggior numero di particolari possibile. Ci si può allora accorgere di come il nostro pensiero tenda ad allontanarsi dai fatti per commentare, giudicare, criticare o interpretare quanto abbiamo vissuto.

Osservare i pensieri e gli stati d’animo

L’osservazione interiore perciò deve svolgersi su due piani paralleli, da un lato dirigendosi al ricordo di quello che è successo, dall’altro ai pensieri e ai sentimenti sorti in noi in quell’occasione. E dobbiamo imparare a guardare ai nostri sentimenti e ai nostri pensieri con lo stesso distacco con cui guardiamo agli altri. In questo modo creiamo in noi uno spazio interiore all’interno del quale possono sorgere nuove idee riguardo al nostro modo di comportarci con i bambini.

Il processo può essere condotto gradino dopo gradino, passando dal ricordo dei fatti al ricordo degli stati d’animo e infine dei pensieri formulati – più o meno consapevolmente – nella circostanza considerata. Se ricordarsi esattamente i fatti nei particolari non è semplice, ancora più difficile è accorgersi dei pensieri che accompagnavano la nostra azione. Gli stati d’animo invece sono quelli che ricordiamo con più facilità.

Con l’esercizio si può a poco a poco riuscire a far tacere il pensiero intellettuale in noi, che vuole sempre giudicare le azioni, valutarle, interpretarle, spiegarle. Quando riusciamo finalmente a far tacere l’intelletto siamo pronti a ricevere qualche nuova intuizione.

L’intuizione

Si tratta allora di immaginare con fantasia che cosa avremmo potuto dire e fare di completamente nuovo per noi nella situazione che stiamo ricordando. Non dobbiamo prescriverci un qualsiasi comportamento futuro, ma solo inventarci un diverso intervento da collocare nel passato, al posto di quello che abbiamo tentato senza successo. Così facendo rafforziamo la nostra fantasia e ci predisponiamo ad avere idee nuove al momento giusto.

La pratica qui brevemente descritta porta i suoi frutti se coltivata in modo ritmico e costante e costituisce una buona educazione ad una migliore percezione dei bisogni dell’altro. Se giustamente intesa ed esercitata può mostrare la sua forza anche dopo poco tempo, ma solo una disciplina più lunga potrà creare in noi abitudine e capacità, così come avviene in cucina: si può preparare un singolo pasto con buoni risultati, ma ciò non significa essere capaci di farlo tutti i giorni.

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resilienza

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Resilienza: la soluzione per tutti i problemi


Scritto il 05 gennaio 2015

Quali risorse possiamo usare, come adulti e come genitori, per mostrare che ai problemi c’è sempre una soluzione?

resilienza

La resilienza è la capacità di reagire alle situazioni difficili, ai traumi e agli stress resistendo. Spiegandosi magari ma senza spezzarsi. Questa qualità  in dotazione naturale ad alcuni materiali , studiata in fisica, pare sia anche un talento a disposizione delle persone. Basta trovarsi nelle condizioni giuste per poter esercitarlo!

La persona resiliente sa ritrovare l’equilibrio dopo uno shock esterno, sa farsi rimbalzare addosso un problema che altrimenti si trasformerebbe in disastro. Ma questa persona non fa tutto da sola: viene aiutata da elementi esterni importanti.

Cosa ci rende resilienti?

I fattori che pare ci rendano resilienti di fronte a traumi e dolori sono:

  • la solidità delle nostre amicizie
  • la qualità delle nostre relazioni sociali
  • la profondità degli affetti
  • i valori in cui crediamo

Come imparare ad affrontare gli shock?

Poiche gli sconvolgimenti della vita non sono prevedibili, cercare di calcolare tutte le eventuali possibilità che si verifichino puo’ non essere la soluzione migliore. Gli studiosi sembrano orientarsi più su un set di strumenti da mettere in campo per imparare ad affrontare gli shock e tratte beneficio dai traumi che possono aggredirci:  la resilienza è la prima competenza da esercitare.

Quali esercizi fare?

Se ogni giorno mettessimo in pratica un po’ della personale capacità di adattarsi, imparare a sbagliare senza frustrazioni, andar per tentativi senza perdere la pazienza, fare con sapienza contadina invece che con il solo intellettualismo, imparare dalle lezioni ricevute e dai fallimenti, dagli insuccessi e dalle stroncature.

Chi sono i veri super-eroi?

 

Il permaloso, il perfezionista e il maestrino possono anche stare a casa, come il fannullone e l’egocentrico.
La resilienza è un talento che premia chi si mette, testa bassa, a lavorare con quel che ha, che usa umiltà e pazienza come baluardi di vittoria, che presta attenzione agli ultimi e cerca modelli di crescita non competitivi.

Quali politiche per i governi?

La resilienza si ottiene con politiche che investono nella scuola, nella riqualificazione dei lavoratori licenziati, nelle reti di protezione sociale e nella ricerca di modelli di business più equi, attraverso cui ridistribuire porzioni più consistenti di benessere.

Mettere in sicurezza un governo significare aumentare la sua resilienza, corazzarlo di forze culturali

  • forze emotive perchè le persone sappiamo commuoversi, sensibilizzarsi difronte ai problemi degli altri
  • forze percettive perchè le persone riscoprano come guardare con occhi veri i problemi e sentirli sulla propria pelle
  • forze motivazionali perchè le persone siamo motivate a migliorare il mondo che è casa loro prima di tutto

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Horizon-2020

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Un’agenda europea per tutti


Scritto il 03 gennaio 2015

Parliamo di buoni propositi per il futuro, anzi progettiamo insieme i prossimi 5 anni, vi va?

Come saremo nel 2020

Nel 2020 avrò 48 anni, mio figlio grande avrà 18 anni, il medio 16 e il piccolo 11. Per loro vorrei  più possibilità di accedere alle Università europee o di affacciarsi sul mondo del lavoro in qualsiasi paese della comunità. Con app intelligenti come Doulingo se vorranno potranno imparare e far pratica delle lingue gratis, e vorrei che potessero utilizzare servizi e acquistare prodotti intelligenti, che soddisfano bisogni reali e che li mettano in condizione di migliorare costantemente le loro competenze.

Chi avrà progettato questi servizi? Saranno persone che sono state formate per produrre servizi in grado di rispondere ai reali bisogni della società? Sicuramente si, visto che ora c’è Horizon 2020.

Sapete che cos’è Horizon 2020? E’ un’agenda europea semplice e efficace. Cosi almeno si propone di essere ed io ve la racconto!
Il programma europeo per la ricerca e l’innovazione prevede il sostegno di progetti da qui al 2020 che si pongono gli obiettivi che tutti auspichiamo, eccoli semplificati:

Horizon-2020

1. l’eccellenza europea in ambito scientifico: essere bravi, essere ascoltati, essere finanziati nei progetti che valgono
2. la leadership nel mercato industriale: sviluppare un mercato equo, valido ed efficace
3. il saper fronteggiare alle sfide che la società di oggi ci pone: la salute per tutti, la sicurezza alimentare, i trasporti intelligenti, e l’uso sempre più massiccio delle energie alternative.

L’Agenda digitale rientra tra i progetti fondamentali perchè l’uso efficace delle tecnologie di informazione e di comunicazione è un punto strategico insieme alla crescita intelligente nell’ambito dell’istruzione, della formazione permanente e della ricerca e innovazione.
Si fa sempre più urgente la necessità di imparare a creare servizi e prodotti che incentivino il lavoro giovanile e la risoluzione creativa ai problemi di sempre.

Quali sono gli obiettivi che ci siamo dati?

1. soglia di investimenti pari al 3% del PIL dell’Unione Europea
2. soglia di occupazione per gli adulti tra i 20 e i 64 anni al 75% entro il 2020
3. il tasso degli abbandoni scolastici sotto al 10% 
4. almeno il 40% dei 30-40enni avrà un’istruzione univeritaria (non un titolo) beh, che almeno ci provino a fare l’università!

Ecco la mia agenda

La mia agenda per i prossimi 5 anni è la seguente:
sul fronte professionale studiare come applicare la tecnologia alla cultura per garantire l’inclusione di tutte le fasce di persone che apprendono in modo laterale, o che imparano meglio quando gli si insegna in modo non convenzionale, o che non rispondono all’istruzione classica adattandosi ma che hanno bisogni speciali di apprendimento e dimostrano, data l’attenzione con cui si propone l’insegnamento, di essere ampiamente in grado di riportare le loro competenze a dei livelli di cosiddetta “normalità”.

In Italia i BES (bambini con bisogni speciali) sono il 65% del totale. E non parliamo di ritardi mentali classici conclamati: parliamo di altro, di bambini che stanno affrontando o hanno affrontato una difficoltà che li ha lasciati indietro. A quei bambini serve solo una marcia in più, serve sviluppare resilienza ovvero riescire a trasformare la loro difficoltà in esperienza di crescita anche con l’aiuto degli insegnanti.

Per capire cosa intendo ascoltate Salman Khan, un insegnante che nel  2004 cominciò a mettere dei tutorial di matematica su YouTube per aiutare i suoi cugini in difficoltà a scuola.

Sei anni dopo i suoi 2000 tutorial che sono stati visti da più di 100mila persone nel mondo hanno dato vita alla Khan Accademy (che comprende anche una sezione in italiano con i fondamenti della matematica), un’università online gratuita che offre uno strumento formidabile a tutti gli insegnanti del mondo: dare le lezioni come compiti a casa (in modo che i ragazzi possano ascoltare e riascoltare, mettere in pausa e apprendere con i loro tempi e senza giudizio) e poi fare i compiti a scuola dove il maestro può seguire individualmente i progressi di ciascuno e personalizzare l’aiuto in modo discreto ed efficace.

In pratica come utilizzare le tecnologie per umanizzare le relazioni. Ecco, questo mi interessa. E a voi?

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bambini grandi e ragazzi a letto presto si può . vivere semplice

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Bambini grandi e ragazzi a letto presto


Scritto il 22 ottobre 2014

bambini grandi e ragazzi a letto presto si può . vivere semplice

Dicevamo che i piccoli hanno bisogno di una routine del sonno, e che bisogna iniziare presto a dare calore, contatto e ritmo. Poi gli anni passano e i ritmi cambiano un po’ ma rimane il bisogno dei bambini di ritrovare un minuto di quello speciale ambiente che avevamo creato per i piccoli e starci un po’ dentro. In silenzio o con qualche racconto serale.

Hanno bisogno di andare a letto presto

I miei figli vanno a letto alle 8,30 ora che sono più grandi (10 e 12) ma fino a 3 anni fa erano le 8 di sera. Ed emilio 7,30. Ho capito che un segreto alla base di questa tempistica è stato cenare presto ovviamente. E visto che noi siamo torinesi ce lo possiamo permettere. Mangiare tutti insieme e bene e a tv spenta. I bambini hanno fame alle 7 e all’inizio preparavamo solo la cena per 3 poi io e andrea cenarvamo da soli. Ormai sono cresciuti e ceniamo tutti alle 8.

Ultimamente avevamo deciso che i ragazzi avevano uno screen time era di mezz’ora al giorno. Ed Emilio cartoni un giorno si e uno no per mezz’ora. Loro hanno cominciato a giocare con Cash of Clans tutti i giorni, e il grande era sempre indeciso se continuare a giocare o chattare su WathsApp con i suoi amici.
Insomma un giorno ho detto: secondo me state esagerando. Loro mi hanno risposto: è vero! Forse è meglio seteniamo spento per un po’.

Ora è una settimana che tentano di fare altro, a volte vengono in cucina e dicono: uffa mi annoio ed io rispondo loro: è normale, si chiama astinenza. Lo capiranno più avanti, per ora non è un problema. Siamo qui per questo: mettere qualche paletto in mezzo a tanto amore.

A letto presto

Credo che la routine del sonno vale anche per i ragazzi e gli adulti. Fa male a tutti lo schermo fino a tardi anche se per noi adulti è ancora peggio perchè con il computer ci lavoriamo anche.
Finire compiti e fare la cartella, lavarsi i denti, trovare il proprio pigiama, cambiarsi ritrovare una parvenza di coperte e cuscini e lasciare in pace i grandi è un diritto-dovere di ogni ragazzo.

Se poi gli adulti riuscissero a mettere in tavola anche una colazione in una cucina riordinata sarebbe perfetto. Con la sveglia che ti da tempo per cominciare un nuovo giorno, anche questo senza fretta.

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Quello che i genitori non hanno capito del figlio

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Quello che i genitori non hanno capito del figlio


Scritto il 31 agosto 2014

perchè l'adolescenza è un periodo difficile

Le dinamiche genitori-figli sono la mia passione. Mi piace osservare non solo quelle interne alla mia famiglia ma anche quelle che mi circondano. E’ una chiave (delle tante disponibili) per capire il mondo.

E’ ovvio che i genitori non hanno capito un sacco di cose del figlio di tutte le età (e anche noi annaspiamo a volte) . Degli adolescenti hanno quasi paura perchè si allarga il gap generazionale, in passato come oggi ed è difficile capirsi.

I bambini diventano grandi e tutte le aspettative riposte in loro sembrano tardare a realizzarsi: è come se non si intravveda neanche la possibilità che possano realizzare le loro potenzialità perchè gli adolescenti sembrano persi anche se iperconnessi, apatici e fragili ma narcisi, impegnati in cose futili, sdraiati, sregolati, annoiati.
I genitori li considerano preda di possibili dipendenze, incapaci di concretizzare e di tenere un minimo di ordine e cura nella loro vita.

Come faranno nostri figlio senza di noi?

Al Festival della Mente ho assistito ad una conferenza dove tre psicoterapeuti dell’adolescenza dell’Istituto Minotauro di Milano, raccontano le loro esperienze con famiglie in difficoltà. Un magnifico lavoro che ora vi racconto. Ma prima permettemi una piccola digressione per capire meglio.

Come è fatta la Famiglia per antonomasia

Fin dalle origini dell’uomo la madre ha avuto bisogno di un compagno per proteggere il suo cucciolo: non riusciva ad andare a cacciare e a occuparsi di lui e ben presto si è resa conto che avrebbe dovuto convincere un maschio a assumere il ruolo di padre stando al suo fianco.

Il maschio non ha mai scelto la paternità. I motivi per cui l’uomo diventa padre sono cambiati nella storia: in passato era per senso del dovere patriarcale, per esigenze di prosecuzione della specie o per motivi sociali, ma oggi per quale motivo?

Per come è strutturata la società oggi, è la donna che decide quando e con chi avere un figlio. E il compagno accetta una proposta non esplicita per motivi di ricompensa narcisistica.

Infondo – dicono Davide Comazzi, Antonio Piotti, Laura Turuani – la donna è sempre stata una madre potenziale, fin dai tempi in cui giocava con le bambole, mentre l’uomo si ritrova a dover acquisire una competenza partendo da zero: con un senso di distanza, limitatezza e frustrazione che caratterizzeranno tutta la sua esperienza di padre dall’inizio e fino ai tempi dell’adolescenza e saranno come vedremo proprio il suo punto di forza (se saprà esserne consapevole).

La madre è chiaramente mamma da dentro: origina il figlio, lo tiene attaccato e vicinissimo a se per farlo sopravvivere: lei anticipa, stimola, contiene, interpreta e ha come obiettivo la cura e la protezione del bambino. Il suo ruolo è quello dall’inizio e lo sarà per sempre: da ciò la difficoltà a separarsi dal figlio quando arriva l’adolescenza.

Il ruolo del padre è tutt’altro e nasce dal fuori: è la distanza, la limitatezza (dell’esperienza che per la madre è viscerale) la mediazione.

quello che i genitori non hanno capito del figlio

Cosa c’è di rassicurante

Il mondo degli adolescenti è complesso ma non infinito: sono le stesse 3 o 4 cause  che creano la maggior parte dei problemi dei ragazzi.

  1. Stenta ad acquisire autonomia e a separarsi dalla madre che attraverso le tecnologie mantiene costantemente un occhio su di lui
  2. stenta a nascere socialmente e a crearsi un suo ruolo definito
  3. E’ fragile, si vergogna necessità di continui rinforzi e incoraggiamenti
  4. Sarà capace di amare gli altri (e diventare un padre) preso com’è dal suo apparire?

Il mondo dei genitori è più prevedibile di quanto sembra: sono quasi sempre le stesse 3 o 4 condizioni di base che creano le difficoltà di comunicazione con i figli.

  1. I ruoli canonici madre e padre non vengono rispettati e si perdono le coordinate
  2. la mamma abituata a proteggere e contenere-controllare stenta a separarsi
  3. il padre perde interesse agli occhi del figlio con cui prima aveva instaurato un rapporto basato sul fare e su interessi comuni
  4. i genitori non hanno una strategia condivisa

Poi ci sono tutte le sfumature dei casi personali che ovviamente sono una per ogni essere umano al mondo, ma questo è un altro paio di maniche. Quello che vogliamo individuare sono i fili di Arianna della comunicazione genitori-figli. E questi sono gli stessi da quando è nata l’umanità.

Cosa possono fare gli adulti

Certo i genitori devono recuperare competenza sulle nuove culture anche per poter capire e aiutare gli adolescenti a gestire la fragilità narcisistica che per esempio l’uso dei social media accentua ancor di più.

Creare dei dispositivi sociali per aiutare la separazione (erasmus, un anno scolastico all’estero, esperienze di volontariato che li portino fuori casa per un breve periodo).

Favorire l’intervento del padre, che in quanto rappresentante originario della distanza, separatezza e frustrazione è più in grado della madre di mitigare la paura del fallimento e della solitudine.

Il padre si rivela una risorsa chiave di estrema importanza: ma non parliamo del padre ideale, quello perfetto e idealizzato. No, qui intendiamo il padre reale, quello che viene accettato per ciò che porta, con i suoi limiti, le sue assenze e le sue mancanze. Il padre che ora accetta la sfida di farsi traghettatore dei figli nel mondo adulto, a modo suo, con le sue competenze che sono sicuramente diverse dalla madre.

Sarà capace la madre di fare un passo indietro per una volta e di lasciar fare il padre a modo suo?

Riuscirà il padre a farsi avanti e a conquistare finalmente uno spazio  e un ruolo di primo piano?

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In vacanza con 4 maschi: guida semiseria alla sopravvivenza

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In vacanza con 4 maschi: guida semiseria alla sopravvivenza


Scritto il 27 luglio 2014

in vacanza con 4 maschi - guida alla sopravvivenza - vivere semplice

Andare in vacanza con i maschi è disperante. Vivere con loro tutto l’anno ok, ma andarci anche in vacanza è troppo! L’anno prossimo opterò per una vacanza al femminile, voglio solo amiche con le loro figlie. Si, perchè negli anni ho sviluppato il mito che le femmine sono più intelligenti e ragionevoli, più organizzate e meno zozzone e soprattutto hanno più buon gusto. Forse mi sbaglio e vi prego convincetemi che mi sto sbagliando.

Ho 3 figli maschi fantastici e un marito meraviglioo però quel che è giusto è giusto: i maschi vivono nel caos, perdono tutto, non si lavano se non costretti e non fanno altro che ridere. Non si stancano mai, amano le barzellette ma non capiscono i doppi sensi, non cercano mai di interpretare una frase, mangiano sempre e si appassionano a cagate come i go-kart.

in vacanza con 4 maschi - guida alla sopravvivenza - vivere semplice

Questa vacanza mi è sembrata più faticosa di altre (forse lo dico tutti gli anni).
Siamo stati una settimana in uno dei campeggi più semplici e selvaggi in cui sia mai stata, ad Eraclea Minoa, tra Sciacca ed Agrigento, in Sicilia, sotto una pineta fittissima a ridosso del mare azzurro-caraibi e della spiaggia africana.

Tre ragazzini, di 12, 10 e 4 anni più un marito con la passione per la radio e le antenne sono state un vero colpo di grazia. Sono tornata con la sensazione di aver fatto tutto per loro e pochissimo per me, non ho scritto, ho letto poco e ho passato le giornate a redimere diatribe, trovare soluzioni per evitare litigi e togliere pidocchi. Altro che vacanze!

in vacanza con 4 maschi - guida alla sopravvivenza - vivere semplice

Ecco perchè

Con una caparbia senza paragoni ho chiesto che i grandi lavassero i piatti tutti i giorni (e ci sono riuscita) e ho capito perchè quasi nessun genitore lo fa: è molto più faticoso che non lavarseli da sè.

Con una tempistica esagerata li ho obbligati a fare compiti tutti i giorni  giusto per avere almeno un’oretta di tempo per leggere, dormire o stare a fissare il vuoto (i compiti della scuola steineriana sono più difficili di quelli “normali”. Rimpiango quardo ero bambina e potevo fare 40 esercizietti senza pensarci su.. loro devono leggere il Piccolo Principe e inventare personaggi che pensino, che abbiano qualcosa  da dire…insomma devono sforzarsi di usare la fantasia e di metterla nero su bianco, cosa che gli viene assai difficile)

in vacanza con 4 maschi - guida alla sopravvivenza - vivere semplice

Lorenzo Pedro il dodicenne, che di solito comincia con i tuffi il primo giorno e non lo si vede per tutta la vacanza si è preso l’otite  e non ha potuto più fare il bagno: risultato ha passato la vacanza a lamentarsi e a chiedere chi voleva batterlo a ping pong.

Metteteci in più il  detox week, ovvero astinenza da telefono, internet, social e email. E’ stata davvero dura. Posso scrivere una guida alla sopravvivenza solo perchè è passata, e sono qui a raccontarvelo in modo semi-serio. Ecco quali sono le cose non farò più:

  • andare in vacanza senza amici: la condivisione è necessaria (quando è troppo è troppo anche per una famiglia felice)
  • scegliere un luogo selvaggio e isolato: i ragazzi hanno bisogno di distrazioni, altrimenti nel nulla rischiano di trovare se stessi che è proprio quello che non vogliono fare
  • abbinare i figli full time al detox week: pessima idea. Non sapete quanto leggere le sfighe altrui su facebook possa far da placebo e sedare le imperscrutabili insicurezze che vengono ad una mamma che pensa di aver sbagliato tutto con i propri figli.

Il colpo di grazia me lo ha dato poi leggere Libertà di Franzen, che racconta la storia di una donna americana, progressista e alternativa che mi assomiglia in modo imbarazzante e ad un certo punto suo figlio adolescente che lei adora decide di andare  a vivere con i vicini, buzzurri cafoni di provincia con la spillatrice di birra in giardino e il quad. Ci voleva proprio!

Non sono più sicura che insegnare l’educazione ai propri figli, il rispetto per gli altri, le regole, l’importanza del gioco e della fantasia, la capacità di usare bene la propria libertà sia stata una buona idea. Per adesso ha sortito ben pochi effetti: mi ritrovo con tre bestioline rampanti che ridono sguaiatamente e si appendono agli alberi tutto il giorno ed io e mio marito ci guardiamo esausti pensando che rivogliamo la nostra vita di coppia in carriera senza figli.

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Quello che gli altri si aspettano da una famiglia steineriana

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Quello che gli altri si aspettano da una famiglia steineriana


Scritto il 05 giugno 2014

parchetto

Quando qualcuno chiede a mio figlio di quasi 12 anni perchè non ha la televisione lui risponde: chiedi a mio padre!
Lui non lo sa il perchè o almeno fa finta di non saperlo.

A cosa serve non avere la tv

Il mondo è pieno di gente che passa la vita davanti alla tv perdendosi un sacco di occasioni fantastiche. Potrai guardare tutti gli schermi che vorrai quando sarai grande, ora fai altro!

Non vogliamo in casa un imbuto che ti infila un sacco di banalità nel cervello. Il cervello di un bambino è un oggettino che va trattato con cura (se ti interessa leggi come è fatto il cervello di un bambino)!

Ad alcuni bambini capitano genitori più rompiXXglioni di altri che ci tengono a queste cose: a volte si tratta di persone che mandano i figli nelle scuole steineriane, ma questo non è affatto detto.

Voglio dirvi una cosa: nella scuola steineriana ci sono bambini che a 10 anni hanno visto più film di me e guardano la tv per ore e ore al giorno da quando avevano zero anni. Vedete?

Crescere i tuoi figli come credi e sentirti etichettato come famiglia steineriana diciamolo, è un po’ una sfiga infondo.  Per i seguenti motivi:

  • perchè berlusconi e gli executive della Silicon Valley hanno scelto una scuola dove tv e tecnologie vengono tenute fuori
  • alcuni credono che hai un sacco di soldi, mentre tu recicli tutto pur di risparmiare
  • alcuni pensano che credi di sapere tutto tu, mentre tu hai un bisogno enorme di confronto, di aiuto, di capire insieme agli altri genitori come cavolo si fa a crescere un paio di figli o tre…

Non ci sentiamo per niente una famiglia steineriana, anzi questa espressione ci fa proprio arrabbiare. Perchè tutto deve essere sempre incasellato?

A cosa serve non essere dei fanatici

Detto questo abbiamo deciso di regalare il telefonino a Lorenzo Pedro per il suo compleanno: non vogliamo che si senta un diverso visto che è rimasto l’ultimo della classe a non averlo. Sarebbe stato bello parlarsi tra genitori e provare a posticipare ancora un po’ il momento in cui i nostri figli passavano le serate su what upp, ma non c’è stato modo. Neanche nella scuola steineriana.
Questo è  il contratto d’uso che gli abbiamo dato insieme al regalo.

Per festeggiare ha voluto fare un pigiama party insieme a due amici, rigorosamente senza fratelli. Prima di andare a letto (tardissimo) l’ho sentito che leggeva in camera sua il contratto insieme ai suoi amici. Erano in silenzio. Lui ad alta voce, loro ascoltavano. No commenti, no risate. L’ho trovato commovente.

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photo credits: hi-res photos from Unsplash

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Senza tecnologia i ragazzi non possono più vivere


Scritto il 07 maggio 2014

photo credits: hi-res photos from Unsplash

Sempre più spesso si sente dire da chi ha figli grandicelli che è impossibile limitare la tecnologia in casa perché i ragazzi vogliono solo quella, si divertono solo con quella, non possono fare i compiti senza e sono soli, sconnessi dal mondo e senza amici se non hanno un telefonino con whatup.

Ah! Vorrei proprio fermarmi a ragionare con voi su questo tema.

Ammettiamo per un momento che tutto questo fosse vero: che danno faremmo ai nostri figli se li privassimo di qualcosa che è essenziale nel loro tempo?

Beh, quando ero ragazza i miei genitori mi hanno tolto una cosa essenziale: mi hanno proibito di andare a ballare e tornare alle tre di notte. Risultato? Io ci andavo lo stesso, ma invece di farlo tutti i venerdi lo facevo solo due volte l’anno, quando andavo a trovare la mia amica Cristina. E per farlo dovevo farmi 600 km. Ed era epico. Non sono diventata un’asociale per questo. Anzi, conservo la voglia di andare a ballare e ho un ricordo fantastico di quelle serate.

Quello che voglio dire è che in realtà non gli togliamo niente, semmai gli diamo qualcosa! Anche se avere internet a 12 anni fosse essenziale, dargliene l’accesso tra qualche anno di sicuro non li farà rimanere indietro, non perderanno nulla di essenziale e si rimetteranno al passo in 2 minuti netti. Il danno non potremmo fare non sarebbe così grave. E cosa ci guadagneremmo noi e loro?

Un ragazzo senza internet avrebbero qualche tempo in più per vivere quella qualità della vita offline che noi abbiamo potuto sperimentare da ragazzi e che ora non conosciamo più.  Per esempio le seguenti impagabili cose:

>>>>non avere l’urgenza di condividere via social quello che ti accade ma limitarti a godertela
>>>>non avere il dubbio che nessuno di ama solo perchè nessuno ti manda un sms o dice mi piace alle cose che condividi
>>>>non avere l’urgenza di correre a casa perchè il telefonino è scarico e senza di lui non vivi più
>>>>non avere bisogno di cambiare progetto ogni momento della giornata per adeguarti ai messaggi dei tuoi amici che ti invitano o che disdicono un invito

ecc… ecc..

Se solo resistiamo alla tentazione di accettare tutto quello che proviene dai loro umori (desideri indotti dagli amici o dalla pubblicità) o almeno scegliamo di limitare, metter qualche regola e dare qualche drizzata alla macchina che viaggia a mille forse non ce ne pentiremo per niente. O forse si, ma come amo dire sempre meglio rimorsi che rimpianti!

E’ tutta una questione di misura, come al solito. L’unico problema è che costa fatica.

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5 cose che i genitori devono fare se hanno figli quasi adolescenti

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5 cose che i genitori devono fare se hanno figli quasi adolescenti


Scritto il 27 aprile 2014

ado

photo credit: Jessie Romaneix © via photopin cc

Prepararsi. Ecco quello che devono fare i genitori che hanno figli quasi adolescenti. Leggere, documentarsi, chiedere ad amici che sonoqualche anno avanti. Perchè a quanto pare non esiste periodo più difficile per i genitori dopo il mitico “primo anno di vita”. Inoltre, mentre nei primi anni di vita dei bambini abbiamo ancora ben chiaro in mente quello che avremmo voluto che i nostri genitori facessero quando eravamo adolescenti, man mano che i figli crescono questa consapevolezza passa. E rimaniamo noi, pronti a ricadere negli stessi errori di tutti i genitori.

Ecco quello che cercherò di fare per i miei figli eventualmente ribelli:

UNO>> non dire mai di mio figlio che mi fa impazzire solo perchè mi sento rifiutata.

DUE>> non permettere che la mia autostima cali solo perchè i miei figli non stanno mai con me.

TRE>> non lasciare che il mio ruolo di protettore dei figli si trasformi in carceriere, imponendo regole inutili solo per il gusto di esercitare un certo potere.

QUATTRO>> imparare a cedere progressivamente il potere  lasciando i ragazzi liberi di fuggire temporaneamente, se necessario, dal complesso ordine di regole e priorità pari solo alle organizzazioni settarie che è la famiglia.

CINQUE>> lasciarli liberi di manifestare quella ribellione pregna di abilità e veemenza che chiamiamo ingratitudine. Normalmente i giovani non hanno nulla da obiettare quando cerchiamo di insegnar loro principi morali o convenzioni sociali. Dobbiamo solo saperci limitare a ciò che è sensatamente oggettivo, senza mettere bocca sulle loro preferenze personali e sulle questioni di gusto.

Il vero problema degli adolescenti sono i genitori -  Internazionale 1047 aprile 2014L’adolescenza dei figli ci costringe ad una sorta di bilancio complessivo della nostra vita e fa emergere sentimenti di autocritica legati soprattutto alla bontà o meno delle nostre decisioni in quanto genitori e alle scelte educative.

Se siamo onesti con noi stessi e se facciamo il grande errore di paragonarci ai nostri amici e colleghi genitori possono venir fuori cose davvero grosse!! Siete pronti per la sfida?

Grazie a Il vero problema degli adolescenti sono i genitori, che ho letto su L’internazionale 1047/21 24 aprile 2014, tradotto da un articolo del New York Magazine di J.Senior

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La riscossa di Geronimo Stilton

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La riscossa di Geronimo Stilton


Scritto il 20 agosto 2013

A che età avete letto il vostro primo libro? Io ho cominciato tardissimo, forse avevo 16 anni. A casa mia giravano solo libri di barzellette e di ricette. E il giornale per fortuna ce lo faceva leggere la prof di italiano alle medie… Ecco perchè ce l’ho tanto con i libri…

Piena estate: vado in giro per casa con la ramazza, le cuffie e il lettore mp3 in tasca, ascoltandomi bellamente un audiolibro senza curarmi dei bambini che fanno le loro cose sparsi un po’ ovunque.
Cosa acolti mamma? Ventimila leghe sotto i mari.
Ah, lo conosco io quel libro, l’ho letto.
L’hai letto? E quando? 
L’ho preso in biblioteca non ti ricordi mamma? Quello di Geronimo Stilton

Mi è montata una rabbia!! Avrei voluto spiegargli che le riduzioni dei classici ad opera dei vari Geronimo e company non possono essere altro che  robaccia che farebbe ribaltare nella tomba il povero Verne e tutti quelli che hanno posato le basi della letteratura mondiale.

Anche se non l’ho letto, s’intende, il capolavoro di Stilton e parlo davvero per pregiudizio.

Subito dopo ho pensato che forse non è cosi male che mio figlio pensi di averlo letto davvero il capolavoro, perchè prima o poi gli verrà voglia di leggerne altri, e a quel punto è possibile che capisca la differenza.

Ho continuato l’audioascolto, vergognandomi anche un po’ di aver da ascoltarlo, il libro, invece che da leggerlo. Ma visti i progressi della tecnologia perchè non approfittarne almeno un po? (se qualcun altro ne vuole approfittare qui (ho corretto il link che non funzionava) c’è il link per scaricare questo e molto altro)

La letteratura di qualità

La storia delle avventure a bordo del Nautilus più o meno la conoscono tutti, ma non smetto di rimanere a bocca aperte, incantata di fronte alle descrizioni di cui è pieno questo avvincente libro.

Provate ad immaginare un fondale marino, il più incredibile e fantasioso (facciamo le rovine sommerse di Atlantide, che gia di per se solletica l’immaginazione di chiunque un minimo visionario) e poi provate a descriverle. O provate a chiedere ai vostri figli di farlo, poi leggete questa descrizione che mi sono presa la briga di riportarvi qui sotto, e avrete la misura del perchè la letteratura di qualità si chiama cosi.

E’ solo l’evocazione delle sensazioni, solo il solletico che ti viene sotto la lingua, dentro le orecchie, la voglia di essere li a provare quelle stesse emozioni che fa di un libro un buon libro, non c’è altro, non c’è altro…

Il capitano Nemo alle 11 di sera va a trovare Monsieur Aronnax e gli dice: propongo un’escursione interessante, fino’ora avete sempre visitato i fondali alla luce del sole, vi andrebbe di vederli di notte?

“..alcuni arboscelli pietrificati e contorti erano disposti a zig zag e i pesci si alzavano a frotte sotto i nostri piedi come uccelli sorpresi nell’erba alta. il blocco roccioso era crivellato da anfratti impenetrabili, di profonde grotte, di buche insondabili, al cui fondo sentivo muoversi creature di grosse dimensioni. Provavo una scossa al cuore al vedere qualche enorme antenna sbarrarmi il cammino, o qualche orrenda pinza chiudersi con fracasso nelle buie cavità. Nelle tenebre ardevano migliaia di punti luminosi erano gli occhi di immani crostacei nelle loro tane, gamberi giganti ritti come alabardieri  e squassanti le zampe con cigolio di ferraglia. Granchi titanici simili a cannoni a fusto, polpi spaventevoli intreccianti i tentacoli come grovigli di serpenti.

Davanti a quale mondo incognito e fuori del normale mi trovavo… di quale ordine facevano parte quegli articolati, dei quali la roccia era un secondo guscio protettivo, dove aveva trovato la natura della loro vita vegetativa, e da quanti secoli trascorrevano l’esistenza sul fondo dell’oceano.”

Quello che spero è che un giorno, anche lontano, i miei figli e tutti i bambini possano scoprire l’eccitazione di una descrizione fulgida, pregnante, eccellente, preziosa e possano aver voglia di scrivere le loro emozioni, il loro cammino con questo stesso entusiasmo. E se non fosse la scrittura andrebbe bene anche una sana equazione che fa girar la testa o qualsiasi cosa colga a tal punto la loro curiosità che ne siano risucchiati come in un vortice che li fa tirar tardi, li fa innamorare, li fa perdere la testa.

Il sale della vita non passa dalle riduzioni

Vorrei solo che le loro vite fossero piene di quel sale che è semplice amore per la vita, per le creazioni dell’uomo e per la creatura umana. Amore per il vivente, per il bello e per il bene, passione, interesse, voglia.  Lo so, non è poco ma io ci spero.

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