Io non compro: perchè comprare il meno possibile

iononcompro

Quando è uscito in libreria Io non compro, tradotto in italiano dopo il grande successo negli Stati Uniti ho pensato: che paradosso, comprare un libro che si intitola io non compro. Io sono coerente, io non lo compro.  Non comprare cose inutili è un modo per votare, per esprimere un giudizio politico.

Perchè dire no al consumismo compulsivo

La nostra società è fatta di persone che comprano per passare il tempo, per placare l’ansia, per soddisfare desideri indotti, per sentirsi viva e libera. Persone che si annoiano da morire, che definiscono se stessi solo in base a cio’ che comprano.

Ma non comprando questo libro mi sbagliavo per molti motivi. E’  un libro divertente, piacevole ed intelligente, pieno di spunti sensati oltre che di una godibile narrazione. (per fortuna l’ha comprato andrea che è meno filosofo di me).

Inoltre devo riconsiderare le posizioni troppo coerenti e metterle di fronte a fatti compiuti come questo: quando si compie una scelta occorre insieme ad essa fare una specie di voto di elasticità mentale altrimenti la tua decisione diventa un boomerang.

Come nel caso della protagonista del libro che si ritrova a combattere mentalmente per un anno intero la sua stessa scelta, quella di non acquistare nulla (a parte cibo e medicinali). Insieme al suo compagno decide di aderire in maniera massiccia al buy nothing day, l’invito a non acquistare per un giorno prodotti non di prima necessita, e di estenderla ad un anno intero.

Un anno di non acquisto

Niente cose inutili ma anche niente libri, film, concerti e niente vino, niente cotton fiock. E una serie di domande come:  i cotton fiock sono un lusso o una necessità? Insomma, dal condivisibile obiettivo di staccarsi dalla mania ormai consolidata di concedersi il quotidiano acquisto inutile, giusto per il gusto o l’abitudine di farlo, siamo arrivati all’estremo opposto, imposto dalla necessità di mantenere fede ad un obiettivo, quello di non comprare.

Faccio tutto questo solo per risparmiare?

La protagonista, da orgogliosa ricercatrice antropologica dedita all’analisi della società consumistica si trasforma a tratti in una donna insicura e piena di complessi di inferiorità. La sua forza si trasforma in insicurezza, sotto la pressa del giudizio degli altri. Il fatto è che le persone sono talmente immerse nella consizione di consumatori incalliti e inconsapevoli che neanche si rendono conto di essere schiavi di un sistema che li obbliga a desiderare/comprare/consumare.

E’ un pazzo, tirchio o poveraccio?

Si perchè non puo’ esserci altra ragione se non compra. O è uno puritano, uno di quelli che vedono nel non-acquisto i valori dell’austerità e della frugalità tipici di un certo cristianesimo di bassa lega, o è uno squilibrato che si diverte a criticare il mondo in cui vive (cosa c’e che non va nel mondo in cui viviamo?) oppure è un sovvertitore (se nessuno comprasse dove andremo a finire..) o è semplicemente un avaro, uno talmente attaccato ai soldi che da motivazioni intellettuali per una scelta di dubbia moralità come la spilorceria, oppure è semplicemente uno che di soldi non ne ha quindi è inutile che si dia pena su come spenderli.

Chi si rifiuta di comprare l’inutile

Bene, si da il caso che ci sia anche un’altra categoria, quella di cui fa parte l’autrice e anche una larga parte dei suoi lettori tra cui io. Si tratta di un gruppo di persone che si è stancata degli eccessi del lavoro full-time (lavoro, guadagno quindi spendo), degli stress della vita cittadina (guadagno quindi mi posso permettermi un appartamento in centro) e che decidono di fare un passo indietro, in molti modi diversi, ma tutti accomunati dalla ricerca di uno stile di vita meno dispendioso, meno dipendente dalle scadenze e dai doveri della società.

C’è chi vende la sua casa e va a vivere in campagna, chi cerca una casa più piccola, chi smette di andare in macchina, chi decide di lasciare un lavoro full-time e si accontenta di uno stipendio inferiore in cambio di ore in piu per godersi la vita. Non è necessario privarsi totalmente del potere di acquisto per capire quanto ne siamo condizionati inconsapevolmente, basta solo guardarci intorno per vedere l’orgia collettiva del consumismo, che ha sempre meno a che fare con il piacere e sempre di più con la schiavitù. Ci hanno fatto credere che i soldi danno la libertà e noi ci siamo cascati!!

Fonti di ispirazione

il dono

L’autrice cita tra le tanti fonti tematiche due libri che vale la pena menzionare. Il dono, di Marcell Mauss etnologo, sociologo nipote di Emile Durkeim ha compiuto studi sulle società arcaiche giungendo a considare che la maggior parte della popolazione mondiale nell’antichità effettuava scambi in forma di dono e non attraverso l’utilizzo di un sistema economico fondato sul denaro. Lo scambio, afferma Mauss, è un fatto sociale non un fatto economico. Con questo apporto “il dono” si costituisce come pietra miliare dell’antropologia dando l’impulso per l’analisi del paradosso del dono fra reciprocità e dispendio. (questo link manda all’estratto della Tesi di Laurea di Cristina Tagliabo’ sull’argomento). Sempre sul dono vi segnalo un programma radiofonico del mio caro amico Franco Carlini sulla “follia dell’utile” e in particolare sull’affascinante mondo del dono. Ascolta qui la puntata >>

Walden Vita nel bosco di Henry David Thoreau. Poeta americano, scrittore, precursore del pacifismo vissuto nella prima metà dell’800. Un personaggio particolare, un antesignano della lotta per i diritti civili con la sua pubblicazione “Disobbedienza civile” del 1857. Schierato fin da subito contro la schiavitù dei neri, ha scontato anni di carcere e ha vissuto per due anni in isolamento in un bosco per provare a misurarsi con la potenza della natura. Durante quel soggiorno ha scritto Walden un diario appassionato di grande attualità e di critica al lavoro e alla società dell’abbondanza.

La mia prossima lettura. Per approfondire: voluntary simplicity è un termine coniato nel 1981 da Douglas Engin che ho poi fondato un gruppo di persone il Simple Living Network che si incontrano regolarmente in molti luoghi dell’America per discutere vari punti di vista su come trasformare la loro vita imparando a fare di più con meno.

walden vita nel bosco

L’autrice del libro, che ha preso parte agli incontri del gruppo, racconta divertenti aneddoti e descrive i personaggi in modo acuto e impietoso.

Il marketing ha saputo trasformare anche la tendenza al non acquisto e al vivere semplice in uno stile di vita da acquistare. Dall’antesignana Marta Stewart Living in poi sono nate negli USA Real Simple (la rivista che ti semplifica la vita) nientemeno che della Time Warner. E su quell’onda abbiamo visto apparire Organic Style, organic living, organic gardening, vegeterian babies e mille altre trovate commerciali. Leggi anche su vivere semplice:

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Non sapevamo di essere downshifters

/scritto il 7 giugno 2009 / ripubblicato il 14 ottobre 2009

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Originariamente scritto il 14 ottobre 2009

24 Commenti per questo post

  1. Enikő ha scritto:

    Bene, grazie a te ho scoperto di non aver scoperto niente. Che la nostra scelta istintiva di fare un passo indietro – per usare le tue parole – lo hanno già fatto in tanti e il tutto ha una base ideologica che io ignoravo. Il tuo post è brillante, dà ispirazione e allo stesso tempo è rassicurante, grazie.

    Come va la pancia? 🙂

  2. Roberto ha scritto:

    Ecco, il mio primo commento, mi piace questo sito perchè sto subendo la metamorfosi che avete subito voi, ultimamente amo la tranquillità non riesco a stare nei centri commerciali affollati, mi sto staccando dalla tv e con la mia ragazza sto cominciando ad amare le passeggiate in montagna. Sono anche io un graficoinformatico e NON COMPRO per 2 motivi, perchè non ho soldi 🙂 e perchè non mi va di farlo. non so se pubblicate post giornalmente, comunque vi siete guadagnati un post tra i siti che controllo giornalmente. ciao

  3. antonio codari ha scritto:

    E’ tutto vero quello che dite, ma la gente comune è convinta che l’inutile sia “indispensabile” che una volta eravamo poveri perchè si faceva il pane in casa, la pasta, si coltivavano i prodotti e si allevavano gli animali da cortile…ci si curava con rimedi naturali,non si comprava nulla di superfluo. Ora si è convinti che senza due stipendi non ci si possa sposare, fare figli, vivere in coppia….Nulla di più falso…io ho fatto i conti in una famiglia media la moglie che lavora spende circa € 300 per la macchina, € 300 per mangiar fuori casa, creme trucchi vestiti per andare in ufficio, il sabato si corre a riempire i carreli del supermarket e poi un terzo si butta, ed il resto lo si paga più caro del dovuto….debbo continuare? Una donna oculata che stesse a casa a badare alla famiglia ed ai figli risparmierebbe senz’altro uno stipendio. Ma qui insorgerebbero le donne, “non vogliamo stare a casa!” “non vogliamo privarci di nulla!” “vogliamo la nostra realizzazione personale”….ok….allora va bene così! Non lamentatevi che non si può più avere una famiglia unita!”
    Io stesso quando ho deciso di cambiare vita ho sofferto perchè non compravo più prodotti che mi parevano indispensabili, falsi beni di consumo indotti da altri, false necessità, medicine inutili, scarpe e vestiti inutili, vacanze care in periodi affollati e carissimi, stress per sfuggire allo stress…….Poi ho capito e sono stato benissimo. Ho vissuto per 15 giorni usando tutti i prodotti che avevo in casa, mentre ero convinto di dover fare la spesa in quanto sprovvisto di cibo, mi sono meravigliato di quante cose inutili giacevano in magazzini e armadi, abbandonati e dimenticati (sembravano indispensabili quando li comprai)
    Beh! impariamo a vivere semplice.
    Antonio. Genova

  4. lasimo ha scritto:

    non so. questa cosa del “non compro” estremizzata ‘al tutto’ non è che mi convinca fino in fondo.
    noi abbiamo uno stile di vita molto modesto. uno stipendio solo, poco interesse per lo shopping tradizionale e un senso della misura sviluppatissimo.
    nonostante questo mi rendo conto che io desidero tantissime cose !
    desidero certe matasse di lana che ho visto al biocenter, desidero moltissimi libri che in biblioteca non trovo, desidero portare i bambini al cinema e a mangiare il gelato guardando il mare.
    non credo che il problema stia nel desiderare. credo che la questione si debba focalizzare soprattutto sull’effettivo appagamento che certe cose “acquistate” danno.
    se spendo dei soldi in qualcosa che posso lavorare, rielaborare ed utilizzare o in qualcosa che dà ai miei figli delle emozioni e dei ricordi piacevoli io penso di far bene.
    penso di fare altrettanto bene quando me li porto nell’orto a veder cosa c’è ed in base a quello si decide la cena.
    è il senso della misura che va riscoperto.

  5. cristina ha scritto:

    Ciao Antonio…
    sono donna ed insorgo subito!!! La consepevolezza del non comprare, del non aver bisogno di cose per placare i nostri animi, deve essere in noi e comune a tutti i membri di un nucleo familiare. Altrimenti diventa rinuncia. Io penso che qui si voglia cercare di volare più in alto….. sempre più in alto!

  6. Ilaria ha scritto:

    Grazie per i sempre interessanti spunti di lettura e riflessione. Anche qui si compra ormai l’indispensabile e sempre più primario, quello che possiamo trasformare noi.
    A presto!

  7. Nico ha scritto:

    Continuo a seguirti e a seguire l’istinto che mi sta portando a cambiare. Un saluto. Nico

  8. kosenrufu mama ha scritto:

    gli ultimi due post riflettono esattamnte il mio momento attuale, anche se lavorare meno, purtroppo, è ancora solo un’idea, certo però che hai colto nel segno!

  9. melanele ha scritto:

    Osservando le persone che conosco, mi accorgo che ormai spendono senza accorgersene, dalle quotidiane pastine in bar, alla ennesima penna “carina” per i bambini, alla autotassazione del superenalotto o di quell’assurdo nuovo gioco che ti fa vincere “per tutta la vita”. Eppure queste spese non vengono percepite come tali, ma come normale comportamento dal quale non si può prescindere. Mentre io, che sto attenta, sono la tirchia. Ah, riguardo al post precedente, in famiglia siamo anche dei scansafatiche perchè abbiamo scelto di lavorare meno (e guadagnare meno)… un bel quadretto: tirchi e scansafatiche! Praticamente dei fuorilegge antiitaliani!!

  10. Tati ha scritto:

    Se il non comprare è una scelta va bene, ma se non lo puoi fare, allora pesa. Personalmente mi pesa non poter mai comperare un giornale, un libro, non parliamo di andare a teatro o concerti o a mostre. Non poter prendere il caffè la mattina con le altre mamme per scambiarci brevemente due parole.Insomma senza soldi bisogna rinunciare ta tante cose che per alcuni sono banalità per altri a lungo andare diventano sacrifici.

  11. giuliad ha scritto:

    vi leggo da un po’ e condivido in pieno lo stile di vita della vostra famiglia, vivo per scelta in campagna,ho un lavoro che amo molto ( educatrice professionale) ma ho preferito ridurre il reddito e fare il part-time per guadagnare tempo da dedicare alla famiglia e a reimparare tante cose, fare il pane, il sapone, le conserve,ecc
    quindi è giusto consumare meno ma fare di più, riappropriarci dei nostri saperi antichi e trasmetterli, utilizzando le risorse a costo zero ( biblioteche, internet) e esponendosi in prima persona al rischio di essere diversi…
    ps. sto leggendo anch’io Walden e lo trovo illuminante, quanta straordinaria lungimiranza nel vedere già 150 anni fa i prezzi da pagare al consumismo!!
    Aspetto altri post sull’argomento e auguri per il piccolino prossimo venturo!

  12. melanele ha scritto:

    Ciao Tati, hai fatto a bene a sottolineare la difficoltà di attuare questi cambiamenti, e sono d’accordo nel dire con te che non si tratta di banalità. Specialmente nel caso di teatro, concerti e mostre. Tuttavia posso incoraggiarti dicendo che non dobbiamo per forza privarci dei piaceri: ad esempio, le notizie le puoi leggere anche su internet, oppure puoi decidere di farti un abbonamento al quotidiano preferito online (e costa davvero poco rispetto al cartaceo), oppure scegliere di comprare il quotidiano solo una volta alla settimana. Per i libri c’è la biblioteca, almeno non si piange per i soldi spesi per un brutto libro.
    Riguardo al caffè, devi privarti solo del caffè, ma non delle chiacchiere che sono gratis. Si può chiacchierare anche in strada, al parco, a casa, di fronte al portone della scuola… oppure si sceglie, di nuovo, di prendere un caffè solo una volta alla settimana. Io poi sono andata tante volte in bar con le mammette e non ho preso niente, e non ero l’unica, al limite dicevo di non sentirmi bene…
    Ecco, l’obiettivo è di scoprire che i piaceri della vita non devono necessariamente avere un prezzo, non di autoflagellarsi. E’ una sfida quotidiana.

  13. barbara ha scritto:

    Sono molto convinta delle cose di cui scrivi e da tempo ci dedichiamo al non consumo, alla qualità del tempo passato con nostro figlio anche se non riusciamo a diminuire il lavoro.Lo trovo etico e necessario. Poi quando sono in Cina o in India mi si congela il cervello, rabbrividisco nel vedere con che occhi mi guardano le genti per strada….un sentimento misto a ammirazione per le cose che ho addosso (anche se di scarsa qualità staccano rispetto alle loro l’invidia malcelata per il forte desiderio di riuscire ad avere..avere…avere, anche solo lo stile nel mettere insieme due stracci. Io sono impressionata dalla forza e dalla motivazione che queste masse enormi di persone hanno nel cambiare “in meglio”; la loro vita attraverso le cose. E ho un pò paura di ciò che potrà essere se a tutti verrà data questa possibilità…sono sicura che sarà difficile impedire questa trasformazione perchè le multinazionali non vedono l’ora di poter vendere a milioni di persone i loro prodotti “tanto necessari”.
    Credo che non ci siano giusti strumenti di valutazione e basta guardare la pubblicità in TV, per vedere ciò che è già stato deciso per il destino di queste masse!Io vedo sempre e solo le città e non immagino lo smaltimento dei rifiuti quando potranno finalmente godere del benessere di cui noi siamo portavoce.Forse se avessi la visione anche delle campagne mi rassicurerei, ma non ho modo e l’impressione che mi trasmettono queste persone è enorme.
    Quindi spero che queste sperimentazioni, movimenti e scelte di non consumo si diffondano al più presto nei paesi occidentali, sarebbe utopico pensare che potranno arrivare a queste scelte prima di diventare dei consumatori emotivi e tristi.Anche perchè credo che si debba essere ben critici per resistere alle pressioni….

  14. fede ha scritto:

    Ciao, guarda http://www.bilancidigiustizia.it
    Anni fa è diventato il filo rosso che halegato tante scelte: part time, riciclo, riuso, economia solidale, autoproduzione, etc
    E’ fondamentale parlarne parlarne parlarne, per confrontarsi, contaminarsi, crescere insieme!!!
    Grazie, fede

  15. roberta ha scritto:

    mi ritrovo in tante cose scritte nel post e nei commenti.Stanno arrivando per noi i momenti critici, perchè le figlie stanno crescendo e non sempre è facile far passare loro certe scelte.Mia figlia di quasi otto anni insiste da giorni a dire per esempio che chiederà a babbo natale il nintendo ds.Orrore da parte dei genitori, non solo per l’oggetto consumista e anche costoso fra l’altro, ma perchè la motivazione è “ce l’hanno tutti a scuola!!.Ed è vero.
    Noi non vogliamo cedere ma per lei è una vera sofferenza,d’altronde si sa ai bimbi di essere alternativi non importa niente.
    Che fare?Proporre esperienze e modi altri di passare il tempo, qualitativamente migliori mi dico io, ma scontrarsi con la massa è dura…voi avete esperienze del genere?Grazie a Sabrina e a tutti quelli che lasciano un pezzetto di esperienza qui, è bello sapere di non essere soli…

  16. Ikka ha scritto:

    Io è da un anno che compro molto poco e autoproduco molte cose.
    E’ stata questa una scelta, fatta insieme a mio marito che ci ha fatto stare meglio…Più che una scoperta è stata forse una riscoperta, un riappropriarsi di qualcosa che era lì davanti ai nostri occhi e non risucivamo a vedere.

  17. cobrizoperla ha scritto:

    grazie delle utili segnalazioni.
    nel mio piccolo, da tempo anch’io sono arrivata alla conclusione che il lusso più prezioso è il tempo libero, quindi è bene rivedere un po’ di cose a beneficio di quello!

  18. Gloria ha scritto:

    Come ho letto la tua recensione sul libro, sono corsa a comprarlo. Preda di shopping compulsivo? Ebbene sì. Ma sto divorando il libro rendendomi sopratutto conto di quanto diciamo in famiglia “mica siamo spendaccioni” e poi mi ritrovo con una crisi isterica nel momento in cui devo trovare del posto negli armadi ai vestiti, prendendo le misure per comprare un armadio nuovo che mi toglierà diversi metri cubi di ossigeno. Il mio è un percorso all’inizio, ma come ogni viaggio comincia dal primo passo. Ho infilato nel cassone della beneficenza una quintalata di vestiti che non indossavo più. Osservo un po’ smarrita lo spazio vuoto lasciato dai vestiti…

  19. IO ha scritto:

    Buona sera a tutti.
    Io ora non lavoro. Aspetto la pensione che mi verrà erogata fra qualche mese. In questo periodo quindi non ho reddito. Però ho ceduto una mia attività commerciale così ho qualche soldo da parte che, con la pensione di mia moglie, ci consente di vivere. Naturalmente abbiamo dovuto rivedere molte nostre abitudini nei consumi che si sono ridotti molto. Il fatto per ora non mi ha creato grossi problemi anche se non ero abituato a pensare sempre al prezzo di una cosa prima di decidere di comprarla. In fondo ho sempre pensato che molte delle spese che facevo non erano necessarie. Però c’è un problema. Io avevo un negozio e lavoravano com me 4 dipendenti. Vendevo cose quasi inutili o del tutto inutili ma che piacevano. Grazie alle persone che acquistavano queste cose praticamente inutili ricavavamo 5 stipendi. Ordinavamo quindi altra merce…le fabbriche producevano…i trasportatori le consegnavano… Tutto ciò si tramutava in tanti altri stipendi per tante altre famiglie. Io sono molto d’accordo con quanto viene scritto qui. Mi sono sempre arrovellato pensando a come si può superare il sistema dei consumi che crea tanti problemi anche ambientali, che dà la possibilità alle persone di avere uno stipendio che non sempre serve a comprare cose inutili ma in molti casi alla semplice sopravvivenza delle famiglie. Io mi faccio da sempre il pane, coltivo il mio orto,non amo i vestiti costosi, ecc. ma a mio avviso, e vi assicuro che lo dico molto mestamente, temo che i grandi volumi di consumi siano necessari perchè le cose vadano avanti e tanta brava gente abbia di che vivere. Certamente è un destino amaro ma temo che non ne possiamo uscire fuori. Grazie e ancora cordiali saluti.

  20. adriana ha scritto:

    il mio primo commento.sono convinta come molti di voi che siamo circondati da cose inutili che realmente non riusciamo a gestire,invece di comprare vi consiglio di rivalutare ciò che avete ciò che ha valore ha storia per voi,anche un piccolo lume antico che forse apparteneva a vostro nonno, cercate la sua storia e raccontantela ai vostri bambini.io vivo in una piccola masseria di famiglia e sono circondata di storia oltre che di cose semplici e genuine stando in campagna e sto bene .grazie e a presto.

  21. Marta ha scritto:

    Abbiamo scoperto il vostro blog solo oggi. E piano piano stiamo leggendo i vostri post, noi ci stiamo avventurando in un cammino simile, che è cominciato per caso, ma che è già decisamente a senso unico… Continueremo a leggervi sicuramente.

    A presto,

    Marta & Ale

  22. d. ha scritto:

    Ciao Sabrina,

    ti seguo con simpatia da un po’ di tempo e devo dire che mi piacciono molte cose che dici nel tuo blog. In particolare mi ha molto colpito il post “Io ho tempo”, che mi ha spinta a riflettere su alcune cose.
    Ho girovagato qui e là nel tuo sito, trovando questo post, che mi trova d’accordo quasi su tutta la linea, ma… proprio per la stima che nutro nei tuoi confronti mi permetto un appunto: perché parli de “i valori dell’austerità e della frugalità tipici di un certo cristianesimo di bassa lega”?
    I valori di frugalità e austerità sono insiti nel cristianesimo della miglior lega (S. Tommaso d’Aquino, S. Benedetto, S. Francesco, tanto per citarne alcuni campioni che hanno forgiato la fisionomia della cultura europea), una persona sobria, attenta all’ambiente e ai propri consumi, se è cristiana diviene forse meno stimabile? Meno credibile?
    Esiste certamente, lo ammetto, un cristianesimo di bassa lega (ma onestamente non mi sembra che si distingua per la propria frugalità, piuttosto per l’incoerenza delle proprie scelte morali), ma non esiste forse un ambientalismo di bassa lega, un antroposofismo di bassa lega, una cultura alternativa di bassa lega o … sostituisci pure la parola che preferisci?
    Mi rendo conto che molte persone hanno una certa acredine nei confronti del cristianesimo per via di propri percorsi privati che non sta a me giudicare e conoscere, ma credo che a una riflessione più accurata molte di queste possano riconoscere al cristianesimo lo stesso rispetto che avrebbero nei confronti di qualunque altra tradizione religiosa.
    Spero di non averti urtata con il mio commento, e nel caso me ne scuso, e tornerò senz’altro e leggerti in futuro.
    Un caro saluto
    d.

  23. katya ha scritto:

    Brava..davvero! Per le tue frasi ricche e speranzose, di quella speranza poco stucchevole e molto tangibile. E grazie per avermi dato la certezza che ci sono sempre persone da incontrare capaci di vivere consapevolmente e civilmente la proria esistenza.
    sei una bella persona!

  24. rinaldo ha scritto:

    per noi italiani basterebbe semplicemente non guardare più mediaset , e automaticamente ci leveremmo la crisi dai " cabasisi"

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  1. Trovare il centro dentro una gamma di possibilità : Vivere semplice e spregiudicato ha scritto:

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