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Sai perchè lo hai comprato? Il marchio che aiuta a capire

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Sai perchè lo hai comprato? Il marchio che aiuta a capire


Scritto il 15 ottobre 2012

Odio fare la spesa, sono allergica agli ipermercati e non amo stare in fila alla cassa di un superstore. Ma devo ammettere che il posto in cui faccio la spesa con meno rancore è la COOP. Considerando che ogni volta che entri in un supermercato stai arricchendo qualche gigante del commercio andare alla COOP mi fa venire la sensazione che si stia remando nella giusta direzione: distribuire gli utili di un commercio in larga scala a tanti e non solo ad uno, i soci della cooperativa.

Sul sito www.progettieducativicoop.it/ho trovato un progetto che mi ha fatto dire: vedi? quelli della COOP sono dei grandi.

Si chiama Sapere coop ed è un lavoro ormai ventennale fatto in collaborazione con il Miur per stabilire delle Linee guida dell'educazione alimentare nella scuola italiana e fornire orientamenti innovativi in tema di educazione alimentare e consumo critico.
Da quest'anno poi hanno impreziosito la qualità del loro lavoro affidando lo sviluppo creativo a Pietro Corraini, che sa farsi notare per lo stile della grafica e l'attenzione ai dettagli. Risultato? Un piccolo capolavoro ad uso e consumo delle scuole, per dare strumenti e cercare di capire meglio le dinamiche del consumo attivo, che è guidato prima di tutto dall'edonismo, ovvero dalla ricerca del piacere e non dal bisogno, come per lungo tempo ci hanno raccontato gli economisti.

In pratica mangiare o in generale consumare quello che ci fa star bene è molto diverso dal soddisfare un semplice bisogno e puo' essere molto più vicino al consumo responsabile di quanto pensiamo.  

Quello che ci fa star bene è fatto della stessa materia di quello che fa star bene il pianeta, la società, tutti. Non è detto che per vivere bene su questa terra abbiamo bisogno necessariamente di consumarla, strattonarla e impoverirla.  Fenomeni sociali diffusi tra le giovani generazioni come il consumo compulsivo, le shopping generation e le varie dipendenze ad esso associate non costituiscono la società del benessere e della felicità ma anzi al contrario sono manifestazioni di disagio che prima di tutto devono essere individuate e spiegate ai giovani stessi. 

Questo progetto si articola con proposte operative direttamente sul territorio attraverso scuole di ogni genere e grado. Scaricate questa bellissima grafic novel da leggere in pdf gratuitamente, e i  materiali da scaricare se siete degli insegnanti per avere la possibilità di partecipare a progetti educativi scolastici per i quali è richiesta la partecipazione entro il 31 ottobre 2012. E' materiale prezioso che merita di essere considerato. Dateci un'occhiata!! 

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Un padre demodè

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Un padre demodè


Scritto il 09 ottobre 2012

Essere dei buoni genitori è fatica. Occuparsi del compito educativo è ancor più demodè di questi tempi,  sembra quasi che porsi delle domande su come crescere i propri figli o su come essere un buon insegnante sia qualcosa di ormai relegato a moralisti e bacchettoni.

 

Nell'epoca della libertà totale, dell'edonismo e della faciloneria ci si è ridotti a far quel che si vuole senza vincoli nè debiti e quindi a lasciar fare i propri figli, o alunni, nell'apparente pieno rispetto delle libertà individuali.

Risultato? Ci troviamo con ragazzini troppo giovani per fare gli adolescenti e adulti troppo vecchi per fare i ragazzotti, incapaci di dare una direzione alla loro vita ed essere modelli degni di imitazione da parte dei loro figli.

L'assenza di cura che genitori e spesso insegnanti manifestano verso le nuove generazioni non è dolo è incapacità: non serve affannarsi per il futuro dei figli; occorrerebbe meglio occuparsi del loro presente senza che questo fosse scambiato come repressivo nei confronti della loro libertà.

Non serve preoccuparsi di garantire loro maggiori stimoli possibili; servirebbe anzi sostenere la loro formazione prendendosi cura in prima persona, assumendosi la responsabilità dei faticosi no, facendo anche coraggiosamente da filtro se necessario nei confronti di un mondo che offrendo tutto rischia di non offrire nulla,  mostrando come si risolvono i problemi e non come si soccombe ad essi.

Mi consolano le parole di Massimo Recalcati, neuropsichiatra infantile, lacaniano oltre che docente di filosofia morale che presenta il suo ultimo libro Cosa resta del padre per Cortina Editore. Non vedo l'ora di leggerlo.

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Cosa hanno in comune giocare e meditare?

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Cosa hanno in comune giocare e meditare?


Scritto il 17 settembre 2012

Ho trovato questo libro in libreria (nella mia libreria) e ho pensato: credo di non comprare mai niente invece compro cosi tanto che non mi ricordo neanche quello che ho in casa. Così l'ho aperto e mi si è aperto un mondo. Un libro fantastico, un quaderno di esercizi per adulti, una vera e propria possibilità per questa domenica pomeriggio un po' pigra e un po' svogliata.

mandala esercizi

Il tema è il gioco: giocare non è assolumente facile, la maggior parte degli adulti l'ha disimparato e farlo intenzionalmente è faticoso, giacchè, come la meditazione, il gioco si fonda sull'assenza di intenzionalità.. La meditazione e il gioco hanno molto in comune. Come dice la parola stessa nella medi-tazione si tratta del punto medi-anoe anche la maggior parte dei giochi ruota intorno al centro. Pensate al girotondo, il salto della corda, la trottola… se osserviamo un parco divertimenti scorgiamo lo stesso principio:  ovunque vediamo meccanismi che girano intorno al proprio centro. E chi ritiene di essere troppo grande per le giostre e opta per un tirassegno  sta dinuovo incontrando un centro o magari crede di deviare andandosi a fare un "giretto"… insomma colorare un mandala è molto più che un passatempo, se provate ad addentrarvi seguendo gli esercizi di riflessione di questo medico tedesco specializzato in cure mediche naturali, psicoterapia e omeopatia farete un giro intorno al mondo (il vostro)

porta matite fai-da-te tutorial

Dopo questa esperienza (i bambini mi guardavano tutta impegnata a fare i miei mandala e mi dicevano: mamma che fai colori?) ho deciso di farmi anche un porta-colori. In modo da avere i colori in ordine di tonalità (messi nel bicchiere mi sembra sempre di prenderli a caso più che sceglierli davvero, non trovate? porta matite fai-da-te tutorial

Ed ecco qui il lavoro finito

porta matite fai-da-te tutorial

Che soddisfazione!!

porta matite fai-da-te tutorial

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I buoni propositi per l’anno nuovo


Scritto il 02 gennaio 2011

Al cenone di capodanno ho menzionato l’argomento Buoni propositi per l’anno nuovo e mi hanno guardato come se fosse la cosa più demodè della terra. Cosa? Non va più di moda enunciare agli amici i buoni propositi per l’anno nuovo?

Promettere solo a se stessi è poco, promettere difronte a testimoni ha più valore

Io la considero la miglior occupazione per l’ultimo (e il primo) giorno dell’anno, insieme ad un’altra attività ormai di rito negli ultimi 15 anni: sfogliare la vecchia moleskine trascrivere numeri e appunti e allestire la nuova riempendo le prime 10 pagine (quelle delle vacanze) di disegni e pensierini propositivi…

Ecco i miei:

1. smetterò di fare la maestrina perfettina e comincerò a fare un sacco di danni (macchiarmi la camicetta almeno una volta a settimana, rompere un bicchiere una volta al mese). E’ tanto noioso esser perfetti!

2. smettero’ per sempre di gridare  e userò l’urlo solo per avvisare i miei figli che stanno andando sotto una macchina e per altri eventi simili

3. cercherò di smettere di correre e mi dedicherò al rallentare, al fare le cose meglio, a godermele di più e anche a sprecare un po’ di tempo (occupazione veramente difficile per una perfettina)

4. apprezzerò di più ogni espressione più o meno creativa dei miei figli (rutti e puzzette compresi) e del mio compagno perchè devo piantarla con il correggere tutti

5. parlerò di meno e leggerò di più

6. userò meno internet e inviterò più amici a cena

7. troverò una casa con una stanza in più, magari anche un terrazzo, in un quartiere di roma che amiamo, dove ci sia parcheggio e anche una fontana che butta vino giu in piazza…

8. lavorerò qb senza esagerare perchè  i miei figli venono prima

9. troverò la babysitter più affidabile della terra cui poter finalmente delegare almeno qualcosina

10. smetterò di chiedermi perchè ho un chiodo fisso e comincerò a scardinarlo via dal muro (conto di riuscirci per fine anno).

E voi quali chiodi fissi avete?

E quali buoni propositi? Se non vi viene in mente niente date un’occhiata a questo “generatore automatico di buoni propositi

ps: Grazie a pianob che con il suo post mi ha fatto ricordare che non ho ringraziato abbastanza (perchè sono qui anche oggi, perchè questo anno è stato stupendo, perchè ho voglia ed entusiasmo e tante possibilità e tanto tutto) e non ho ringraziato e salutato anche voi che mi leggete (perchè durante le feste internet è davvero di troppo)

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In attesa del digital detox week


Scritto il 20 aprile 2010

Vi ricordate l’esperimento dell’anno scorso? Una settimana senza usare il cellulare. Un’esperienza surreale, al limite dell’anormale. Non avrei mai detto che fosse cosi difficile e disintossicante, un vero e proprio digiuno.

Quest’anno quei matti di adbusters propongono una settimana di disintossicazione da internet. Si perchè ormai il computer significa internet ed e’ la nuova (nuova?) dipendenza del momento. Non mi verrebbe mai in mente di accenderlo se non fosse collegato in rete. E voi?

La settimana sperimentale dovrebbe essere questa (dal 19 al 25 aprile), ma visto che per ogni scelta importante ci vuole un momento di preparazione ho deciso che questa settimana mi dedicherò a prepararmi psicologicamente per il digiuno continuando la quaresima digitale iniziata qualche mese fa (non più di due ore di internet al giorno). E la prossima settimana stacchero’ la spina. Giuro.

courtesi of il pasto nudo

Tra l’altro questa settimana internet mi è più che necessario, visto che sto preparando per la festa di primavera della scuola un tavolo di leccornie primaverili da vendere e sto cucinando per l’occasione scorzette di arancio candite in cioccolato, croccantini, lecca-lecca,  marmellate … e se non avessi le ricette de il pasto nudo e di cavoletto (oltre di molti altri) come farei?

courtesi of il pasto nudo

per le foto di questo post ho usato senza permesso il genio e la bravura della mia nuova amica izn, de il pasto nudo. grazie.

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Io, come ero nel 2008


Scritto il 14 agosto 2008

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Chissà come guarderò queste foto tra 20 anni. Una persona saggia che conosco dice sempre che bisognerebbe smetterla di fare foto ai bambini e cominicare a farle a se stessi. A 36 anni ero cosi. I tratti del viso rasserenati da una finalmente sopraggiunta maturità emotiva, una forza di volontà rinnovata anche dai bagni di sole e di luce che per il mio temperamento sono pura medicina e un fatalismo apparentemente infantile che mi ha donato il passare del tempo.

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Prima dei 30 ero una povera pazza, mi verrebbe da dire anche se so che è cosi solo in parte. Ed ora chi sei? Ora sono una ricca pazza. Ho guadagnato tantissimo in questi anni: ho scoperto di avere pazienza e di poterla esercitare, ho trovato la mia direzione e ho finalmente accettato che essere ortodiretti non è male: dritto, esatto, giusto, ben fatto, sono parole di cui non avere paura ma concetti di cui servirsi con la giusta elasticità.

Fateci caso: sono ortodontica (ho i denti dritti), ortoepica (mi piace parlare senza una forte cadenza dialettale -ho anche fatto dizione ad un certo punto della vita), ortofonica (ho una voce squillante), ortogonale (amo gli angoli retti anche se imperfetti) e sono ortottica (ho 10decimi).

noi3.jpg

Per non dire poi che sono “ortografica” adoro la bella scrittura, mi sono detta per anni font-fanatica. (a proposito leggi la mia rivista autoprodotta nel 1998 proprio sui temi del font-fanatismo. E leggi anche il manifesto “crazy for font” scritto da me in un momento di delirio post-adolescenziale).

urban_homesteadsmall.jpgD’altronde, come dice il mio oroscopo, sono del TORO, e toro è anagramma di orto.
Presto mi darò anche all’orticultura, sarebbe il coronamento di ogni sogno di “homegrown revolution” (ecco il prossimo libro che voglio leggere: è un manuale che insegna a sfruttare ogni piccolo angolo di balcone, giardino o spazio urbano per piantare un piccolo orto e cibarsi delle proprie autoproduzioni…) proprio l’ideale per il nostro trasferimento a Ginevra, dovremo un terrazzo, un balcone e un enorme giardino condominiale dove convincere il vicinato ad avvicinarsi all’arte della coltivazione urbana…
Poi vi sarò sapere se riesco a convincere qualcuno….

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Digital detox: una settimana per provarci


Scritto il 18 aprile 2008

digital-detox

Quest’anno voglio fare di più del solito “Turn-off  TV weekend“: voglio sconnettermi da tutto! E lo voglio fare come metodo disintossicante non-farmaceutico contro la tecno-mania che ci ha preso tutti quanti come pazzi.

Come molti ormai sanno da più di 10 anni in America si celebra la settimana senza tv ora pare che si stia parlando del bisogno di disintossicarsi, almeno una volta ogni tanto, non solo dalla tv ma anche dal computer, dal DVD player, dall’ipod e dagli smartphone.

lorenzino2.jpg

The American Journal of Psychiatry afferma che siano 2 su 3 gli americani che soffrono di forme d’ansia e stress legate all’astinenza da aggeggi tecnologici che li tengono costantemente connessi a fonti d’informazioni o impegnati in giochi, navigazione di siti, email e messaggerie varie.

Senza contare le vere e proprie schiavitù che danno dipendenza come:

  • vedere video su You Tube
  • comprare stupidaggini ingombranti su Ebay
  • riassortire la libreria facendo esercizio con le lingue straniere su Amazon
  • andarsi a fare gli affari degli altri su Flickr.

Io personalmente vado pazza per subito.it dove ho trovato la meravigliosa casa in campagna che affittiamo tutti gli anni e non posso rinunciare a dare una sbirciatina quotidiana al gruppo Roma-Freecycle, una specie di mercato delle pulci gratis.

Leggendo su Adbusters, i promotori del geniale Buy Noting Day, scopro che hanno fatto una vera e propria guida per chi vuole intraprendere l’esperimento. Ecco qualche dritta iniziale:

Non preoccupatevi se i primi giorni date di matto abbiate fiducia, potrete accusare irritabilità, sudore e agitazione, proprio come durante una disintossicazione da sostanza stupefacente, ma presto il vostro cervello sovra-stimolato comincerà ad auto-pulirsi e vi sentirete più calmi e rilassati

lo sapevate che all’acquisto è dato in dotazione un sistema di autopulizia che si attiva in automatico se stiamo più di un tot di ore senza pungolare il cervello con telefonate, email? E’  incluso nel prezzo ma in pochissimo sanno di averlo

lorenzino

Mi sto divertendo moltissimo solo a pensarci. E anche ad andare i cercare nei miei archivi di foto qualcosa che riguardi i miei figli e le tecnologie (per adesso ci sono solo foto di bimbi che annusano la radio di papà, non sarà certo cosi per sempre…)

Non credo riusciro’ a stare lontana dal computer per quella settimana, visto che con il computer ci lavoro (a meno che non riesca a farmi venire l’influenza proprio allora) … ma almeno voglio fare uno sforzo: tenere spento il cellulare per tutta la settimana. Chi mi cerca conosce il mio numero di casa.

Prime prove di disintossicazione

L’avevo fatto già quando ero incinta di spegnere il cellulare. Avevo lasciato un messaggio sul cellulare che diceva: il mio cellulare è spento perchè sono incinta, non vorrei friggere il pupo prima del tempo, quindi chi mi vuole sa dove trovarmi. Ero rimasta sola per un paio di settimane, nessuno chiamava a casa ed io passavo i pomeriggi al parco ad annoiarmi a morte. Poi avevo riacceso il cellulare. Mi ero accorta che molte amiche decidevano di andare al parco all’ultimo momento e mi chiamavano per dirmi: “sei al parco? allora vengo” incredibile!.

Comunque se partite da lontano (ovvero dovete disintossicarvi da 2 ore al giorno di cartoni animati ) allora vi consiglio il sito Unplug your kids, dove ci sono anche un sacco di consigli su come fare per non far si che i vostri figli si annoino a morte

Inoltre vi consiglio di leggere il nostro butta via la tele, ma questo dopo il detox week, una cosa alla volta, senno’ rischiate lo shock anafilattico.

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Merenda-lenta: esperimenti sulla lentezza


Scritto il 25 febbraio 2008

C’erano 15 famiglie alla festa della lentezza: mamme (anche un paio di papà) e bimbi della nostra scuola che hanno aderito all’iniziativa organizzata insieme alla mia cara amica Paola (di Are Ere Ire) per i nostri bambini: una merenda-lenta con giochi sulla lentezza e il racconto di una fiaba per sperimentare insieme il tema della lentezza.
Ci hanno accolto i ragazzi dell’ex-lavanderia nel parco di Santa Maria della Pietà, uno spazio occupato con all’interno un bar equo e solidale, all’interno del complesso dell’ex ospedale psichiatrico in stato di semi-abbandono, destinato ad attività culturali auto-organizzate.

merenda lenta

La merenda-lenta è un ossimoro. Tutti sanno che la maggior parte dei bambini sono famelici, e si scagliano su qualsiasi forma di cibo trovino nelle loro vicinanze all’ora di merenda. Specialmente se sono in 15. Ebbene, questa era la sfida, trovare un modo per fargli sperimentare la lentezza, senza richiedere loro una prestazion e senza che una cosa lenta diventasse una cosa noiosa…

Proporre questo pomeriggio di giochi mi ha dato l’occasione di riflettere sul tema della lentezza in relazione ai bambini piccoli.
Perchè, se è vero che la lentezza è un tema attuale che coglie impreparati noi adulti è anche vero che forse per i bambini la questione è diversa. Mentre gli adulti razionalmente possono rendersi conto che rallentare è una necessità o per lo meno una possibità, un bisogno che sperimentiamo perchè siamo saturi di ritmi folli e ingestibili, è anche vero che al contrario i bambini vivono nel movimento, nella frenesia e nella velocità con gran gioia e piacere (parlo in generale)
E’ vero che alcuni bambini accusano la fretta, ma molti altri la ricercano spasmodicamente….

merenda lenta

Spesso quindi i bambini tendono ad associare le cose fatte di fretta (gare, corse, competizioni) con qualcosa di positivo e le cose fatte lentamente con qualcosa di noioso… Tendono anche ad associare la lentezza con la stanchezza e la velocità con la bravura… perchè in fondo noi adulti siamo in primi a proporre loro giochi dove vince chi arriva primo e è bravo chi ha finito di mangiare per primo….

Allora chi sbaglia, noi adulti o loro?
In ogni caso non si tratta di individuare il colpevole, ma solo di riflettere sull’argomento.

Giochi sulla lentezza:

1) abbiamo preparato la merenda (apparecchiando la tavola e cercando di far stare tutti seduti davanti alla loro tisana) poi abbiamo tirato fuori dal cappello uno strano oggetto (che forse molti di loro non avevano mai visto): una clessidra.
Il gioco consisteva nel mangiare un biscotto nel tempo che durava la clessidra (3minuti). Chi riusciva a mangiarlo lentamente poteva avere un altro biscotto al cioccolato, chi lo mangiava infretta (prima che finisse il tempo della clessidra) poteva averne si un altro, ma non al cioccolato.
Per alcuni bambini e’ stato chiarissimo fin da subito, per altri è stato difficile capire… dipendeva anche dall’età perchè c’erano bambini dai 3 ai 7 anni…e noi mamme abbiamo potuto goderci la scena dei nostri bimbi che ascoltavano il tempo passare, rosicchiando il loro biscotto e cercando di capire com’era possibile che per una volta non gli venisse chiesto di sbrigarsi…. Alcuni se la sono proprio goduta, altri hanno resistito poco più di 5 minuti, ma sono stati preziosissimi 5 minuti…

merenda lenta

2) il gioco in cerchio: ogni bambino teneva in mano un cucchiaio con sopra un uovo e doveva fare un giro tutt’intorno al cerchio senza farlo cadere…. è stata un gran gioia vedere quanto impegno, quanta attenzione ci hanno messo tutti i bambini. Non c’era premio in palio, non c’erano promesse di caramelle per il più bravo, eppure i bambini hanno accettato la sfida e si sono calati nella lentezza con una dedizione che le mamme più attente hanno potuto vedere con i loro stessi occhi…. che gratitudine!

3) il racconto della fiaba. Occhioni sgranati e i visi intenti all’ascolto, orecchie tese e qualche sguardo saputello di chi conosce gia il racconto… è molto interessante vedere come i bambini reagiscono in modo diverso a seconda dell’età e dell’abitudine che hanno a sentir raccontare delle storie, perchè alcuni di loro erano veramente trasportati interiormente in un mondo di immaginazione, dove il corpo ha modo di riposarsi e la fantasia può galoppare e nutrirsi a volontà….

merenda lenta

4) gioco finale: gara a passo di tartaruga (un passo davanti all’altro con la punta attaccata al tallone), vince chi arriva in giardino per ultimo, chi si ferma o torna indietro è squalificato…. Incredibile osservare un gruppo di bimbi che si muove piano piano, noi mamme ci guardavamo senza parole…
merenda lenta

grazie a cristina mamma di patrick per le foto

Per saperne di più sulla giornata mondiale della lentezza

La giornata della lentezza è un evento “inventato” da Bruno Contigiani, fondatore dell’associazione “Vivere con lentezza” (www.vivereconlentezza.it), che, da Roma a New York, passando per Jaipur in India, riunisce tutti gli adepti del movimento in una celebrazione del vivere piano.
A Roma siamo in molti a partecipare. Ci sono i camminatori lenti di lalentezza.wordpress.com, c’è l’azione psicogeografica organizzata da Stalker e spiegata su www.vite3.it/ e moltissimi altre esperienze divertenti da fare…Ma non si tratta solo di inventare nuovi riti, di celebrare stupidaggini qualunque o invenzioni dell’ultima ora.. si tratta di qualcosa di molto profondo e concreto.
L’idea è quella di riflettere su un tema che ci riguarda tutti da vicino: la frenesia della quotidianità sta mangiando le nostre vite e ci sta rendendo sempre più macchine e sempre meno esseri umani.

Ne parla molto bene Irene Alison in un articolo su D di Repubblica (potete leggerlo qui) si intitola “con calma”. E ne parlano ormai da anni i fondatori del movimento sulla decrescita, che pensano a come disinnescare la bomba del crescente consumismo e di rassicurare le persone sul fatto che guadagnare/spedere e consumare meno non significa essere meno felici. Semmai il contrario….
…La questione non è rallentare, ma scegliere un ritmo di vita che privilegi le relazioni umane e la gentilezza che ridia valore a ciò che di vero di bello e di sensato c’e’ nella vita, che non è certo la merce che consumiamo o la marca di auto che guidiamo….

Per approfondire:

su vivere semplice: Non sapevamo di essere downshifters
Ma la decrescita è di destra o di sinistra?
(articolo di Social press)

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Malattia e destino


Scritto il 18 aprile 2007

LA MALATTIA E’ SINCERA

malattia e destinoLa salute è considerata il nostro bene più prezioso. Cosa significa allora la malattia nella nostra società? Spesso vissuta come una vera e propria tegola in testa, la malattia piomba nella nostra vita come un elemento di disturbo, qualcosa da evitare/combattere/sconfiggere nel minor tempo possibile.

Il metodo proposto da questo libro apre uno spiraglio ad una interpretazione della malattia non come sinonimo di male, non quindi in opposizione al bene ma come polarità del bene ovvero come altra faccia della stessa medaglia.

La malattia fa parte della salute come la morte della vita, ci costringe a dirigere il nostro sguardo verso la nostra ombra (detto in termini più precisi è il precipitato nel corpo fisico di una immaturità della nostra coscienza).

La malattia ci mette davanti a noi stessi in modo cosi leale e spregiudicato che ci risulta molto difficile amarla. Un po’ come fanno i nostri nemici: le loro critiche sono spesso molto piu indigeste di quelle che provengono da altri e il motivo è che sono quasi sempre veritiere. Di solito ciò che crea malessere tocca una corda che risuona in noi, qualcosa di vero e profondo. Se cosi non fosse essa non ci scuoterebbe minimamente.
Perchè la guarigione possa accadere l’uomo deve smettere di lottare e imparare invece cosa hanno da dirci questi presunti nemici.

LA CAUSA-EFFETTO NON BASTA

Normalmente si tende a considerare la malattia come il risultato di un comportamento alimentare errato, una cattiva abitudine acquisita che ha prodotto i suoi effetti, si tende cioè a stabilire un rapporto di causa-effetto tra la nostra malattia e un fattore esterno.
Ma il rapporto causa-effetto non può bastare per spiegare l’insorgere della malattia per una lunga serie di motivi.

Ecco il più eclatante per me (cito dal libro): Crediamo che il tempo corra dal passato vero il futuro e non consideriamo che nel punto che noi chiamiamo presente si incontrato sia il passato che il futuro. Questo rapporto difficilmente immaginabile puo’ essere reso evidente dalla seguente analogia. Immaginiamo il corso del tempo come una linea diritta, un capo della quale corre in direzione passato, mentre l’altra estremità si chiama futuro.
Ora noi sappiamo però dalla geometria che in realtà non esistono linee parallele, perchè la curvatura sferica dello spazio fa si che ogni linea diritta, se noi la prolunghiamo all’infinito si chiude in un cerchio (teoria di Riemann). Quindi in realta ogni linea diritta è la sezione di un cerchio… questo vuol dire che noi viviamo sermpre in funzione del passato, o il nostro passato è stato determinato dal nostro futuro…
 la causalità si muove in entrambe le direzione verso ogni punto, proprio come fa il tempo.

Il convincimento che esistano rapporti causali è sbagliato perchè si basa sul presupposto della linearità del tempo la ricerca delle cause delle malattia è un gran vicolo cieco per la medicina e la psicologia.

La presunte cause delle malattie sono tante quante si vuole, e tutte ugualmente importanti e ugualmente insignificanti. Il metodo proposto da questo libro rinuncia al modello causale perchè sostiene che la ricerca delle cause nel passato distolga dall’informazione vera e propria. L’individuo rinuncia alla responsabilità personale nei confronti della sua malattia attraverso la proiezione della colpa sulla causa.

INTERPRETAZIONE DEI SINTOMI

Occorre prendere in considerazione che un sintomo esiste e come esiste, non perchè esiste, osservare il momento in cui il sintomo si è manifestato (che può conicidere con una particolare situazione della vita o altro) e i piccoli segnali di allarme quotidiani che lo hanno preceduto.

Perchè sono proprio i fatti ritenuti privi di importanza e poco significativi che risultano importanti. E’ importante anche sviluppare un rapporto intimo con il linguaggio e imparare ad ascoltare consapevolmente quello che si dice.

La lingua è psicosomatica, possiede una sua intima sapienza che però si rivela soltanto a chi impara a stare veramente in ascolto.
La nostra epoca tende ad un rapproto sciatto ed arbitrario con la lingua e ha quindi perduto l’accesso al vero significato dei concetti. (ad esempio lo sapete che la parola psyche deriva dal greco: anima, spirito? è sconvolgente l’uso errato o approssimativo che si fa oggi di concetti anche importanti).

Occorre inoltre osservare il meglio possibile i nostri sintomi per individuare le intenzioni. La malattia attraverso quei sintomi ci sta dando precisi segni e indicazioni, ci sta portando verso nuove rive e solo quando noi seguiremo consapevolmente e liberamente quseto richiamo riusciremo a dare un senso alla comparsa di quella malattia.

CORPO E FISICITA’

I sintomi guariscono l’uomo realizzando nel corpo fisico ciò che manca alla coscienza. Prima che un problema si manifesti nel corpo come sintomo si presenta nella psiche come tema, idea, desiderio o fantasia. Più aperta e disponibile una persona è nei confronti degli impulsi che le vengono dall’inconscio, più pronta è a dare spazio ai propri impulsi, tanto più vivace (e poco ordotossa) sarà la sua vita.
Al contrario più la persona chiuderà dentro di se la fonte dalla quale scaturiscono gli impulsi tanto più, nel tentativo di rendersi insensibile, a livello fisico si manifesterà un sintomo – piccolo innocuo, ma fedele.
Tutti i contenuti della coscienza hanno la loro corrispondenza nel corpo e viceversa. I sintomi sono componenti d’ombra della coscienza precipitate nella materia ed esplicitati nel corpo.

Se un impulso riesce a penetrare le difese della coscienza e a rendere quindi l’uomo consapevole di un conflitto, il processo di elaborazione del conflitto avviene soltanto nella psiche della persona e di regola non si arriva a nessuna infezione (infezione=conflitto). Se invece l’uomo non si apre al conflitto in quanto rifiuta ed evita tutto ciò che potrebbe mettere in discussione il mondo artificiale che si è creato, allora il conflitto si manifesta nella materia e deve essere vissuto a livello somatico come infiammazione…. la lotta contro le infezioni è la lotta contro i conflitti trasferita sul piano materiale. onesti qui sono i nomi delle armi che usiamo: antibiotici dal greco anti=conto e bios=vita.

L’uomo viene al mondo con un corpo nuovo ma con una coscienza antica. Il livello di coscienza che porta con se è espressione di quanto appreso fino a quel momento.

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche>> Crescita interiore del bambino

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Le intuizioni della pedagogia steineriana

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Le intuizioni della pedagogia steineriana


Scritto il 16 marzo 2007

serena insegna ai bambini della scuola pubblica

La pedagogia steineriana si fonda sull’osservazione spregiudicata  del bambino (in assenza di giudizio) e sull’autoeducazione dell’insegnante e del genitore.

Le basi

L’empatia, lintelligenza emotiva, la forza di volontà e il sentire del cuore sono alla base di questa pedagogia, forze insite in ognuno di noi, di sentimenti oltre che di competenze. Anche la didattica segue questa strada.

Non è prassi comune appellarsi a queste forze perchè pochi di noi hanno avuto la fortuna di essere stati educati a riconoscerle.

Si tratta di forze molto ben riconoscibili ad uno sguardo aperto e attento.

L’essenziale è invisibile agli occhi

Scoprire un lato della nostra esistenza chemaestra serena porta la manualità alle elementari normalmente è addormentato. Parliamo di temi impalpabili si, ma anche la coscienza lo è e lo è anche l’amore. O c’è forse qualcuno disposto ad affermare che visto che non si vedono allora non esistono?

(le foto inserite qui si riferisco al progetto Arthmòs che ha portato in alcune scuole elementari pubbliche romane le materie artistiche della Scuola Waldorf – o scuola steineriana-. In particolare la mia cara amica Serena  in una classe di manualitàsta facendo fare un ponpon.)

Allenare la coscienza

Facciamo un esempio: siete a letto stanchi e non vedete l’ora di addormentarvi. Vi capita di stare sdraiati sul fianco sinistro.
Decidete di non lasciarvi sfuggire il momento in cui vi girerete sul fianco destro.
Fate il massimo sforzo possibile per osservare coscientemente il movimento. Se la vostra capacità di attenzione èun bimbo della scuola pubblica scopre il valore della manualità. che gioia!! sufficientemente forte ciò che accade è …. niente. La concentrazione di coscienza blocca, inibisce la vostra volontà.

Fortunatamente, non siete abbastanza forti da tener pienamente desta la vostra coscienza a tempo indeterminato, e improvvisamente vi ritrovate sdraiati sul fianco dentro.

C’è stato un vuoto nella vostra coscienza e non avete colto l’attimo in cui il movimento si è effettivamente verificato. E’ un punto di vista interessante perchè fornisce nuovi strumenti, che non avevamo l’ardire di credere nostri e che si rivelano ogni giorno più efficaci per avere una chiara visione del nostro ruolo di educatori.

Fonti per approfondire

articoli introduttivi sull’antroposofia tratti dal sito lifegate :

1. che cos’ è la pedagogia steineriana

2. perchè bisogna andare a scuola?

3. perchè ai bimbi piacciono tanto le fiabe

4. il ruolo della tv

5. usare la volontà

6. libertà, creatività e responsabilità

articoli di approfondimento tratti dal sito in italiano rudolfsteiner.it:

1. la pedagogia steineriana corrisponde alle esigenze del nostro tempo

2. dalla scienza dello spirito all’arte dell’educazione

3. autoeducazione e risveglio della volontà

Altri miei articoli li trovate anche su educazione.
Il punto di vista steineriano è spesso oggetto di critiche da parte di chi, fraintendendone intenti e presupposti, ha intravisto un approccio settario, dogmatico. Openwaldorf è un ottimo sito (in inglese) che illustra le critiche più comuni.
Un valido aiuto tra i molti presenti in rete per chi vuole chiarirsi le idee e formarsi una propria opinione

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vivere semplice

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Adulti: esseri umani degni di essere imitati


Scritto il 13 ottobre 2006

settembre2005Fare il meglio per loro, facile a dirsi, ma che cos’è davvero il meglio per loro?
Amore, comprensione, attenzione e tempo.
I bambini hanno bisogno SOLO di questo. Forse.
Tuttavia crescere i figli è difficile, richiede pazienza, stabilità emotiva, idee chiare e una grandissima forza di volontà. Per noi leggere, studiare, parlare e confrontarci con altri genitori è servito a farci un’idea su quello che volevamo fare e non fare per essere i genitori che abbiamo scelto di essere.

Insegnare o educare? Le parole che usiamo

Insegnare (da in + signum)  vuol dire segnare, esprimere, fissare un signumun marchio, mostrare una via, ammaestrare. Secondo questa visione il bambino è concepito come una tabula rasa, un foglio bianco da riempire con giochi, passatempi e più avanti con concetti, idee, attività.

Educare (da e + ducere) vuol dire condurre, trarre fuori l’uomo dai difetti originali della rozza natura, ma anche tirar fuori dall’uomo gli abiti di moralità e buona creanza già insiti in se stesso. Questo approccio vede l’uomo come un essere dotato di un sapere che proviene da lontano, di un’intelligenza intuitiva.

L’adulto che si accosta al bambino con questa consapevolezza che può educare piuttosto che insegnare, ha la possibilità di attingere al sapere e di valorizzarlo fino a dare al bambino gli strumenti per riconoscere e usare il suo naturale sapere nel modo migliore per sè e gli altri.

L’importanza del gioco

capricciCosa c’entra questo con il gioco? Moltissimo. Abbiamo capito che il gioco non è una semplice attività psicomotoria. Per il bambino piccolo giocare è conoscere, fare, lavorare, vivere senza mai stancarsi. Andando avanti con gli anni ed entrando nella scuola il bambino scopre che lì non si gioca più e che il suo lavoro è quello di imparare le cose.

Lo studio viene quindi vissuto come opposto al gioco. Inoltre fuori dalla scuola, la tv ha quasi completamente sostituito il gioco quindi il bambino perde progressivamente la capacità di inventare i suoi giochi, di giocare con niente, cosa che in passato veniva coltivata come attività spontanea e naturale. Il gioco rafforza la volontà e l’equilibrio, sviluppa la capacità di cooperazione e di solidarietà tra bambini dando loro la possibilità di esercitarsi nelle dinamiche sociali che incontreranno quando saranno più grandi.

giocare con i legni

A proposito dei giocattoli: sono il barometro della nostra cultura. I giocattoli che diamo ai nostri figli indicano il grado delle nostre aspettative verso di loro e la considerazione che abbiamo per l’infanzia in generale. (lo sapevate che Barbie è stata creata nel 1959 da un tal signor Ruth Handler che l’ha copiata da una bambola di plastica tedesca per giochi erotici maschili?… e ora quelli della Mattel sono spiazzati perchè le Bratz, nuova generazione di bambole apparsa nel 2001 sono cosi sexy, disinibite e fanatiche della moda da far sembrare Barbie una suorina d’altri tempi!!. Inoltre il target di riferimento per Barbie era in origine 9-12 anni mentre oggi si è abbassato a 3-7 anni. Il fenomeno gia molto conosciuto in America come Kgoy (kids getting older younder) è gia arrivato anche qui, ma questo è un altro discorso

I nostri figli imitano proprio noi

Sappiamo che i bambini piccoli vivono nell’imitazione e imparano tutto ciò che sanno in questo modo. Ma cosa imitano? Ciò che si muove e agisce intorno a loro. La tv,  se quella sarà la loro abituale babysitter, i coetanei, i genitori. Questo è il motivo per cui, intuitivamente ogni genitore sa che è importante l’ambiente che circonda il bambino ed è fondamentale che sia popolato da individui che siano un valido modello da imitare.

A questo punto il mondo si divide in due: ci sono genitori che cercano di passare più tempo possibile insieme ai propri figli perchè sanno di essere un modello per loro e stanno lavorando per diventare un modello almeno decente e ci sono genitori che non hanno la consapevolezza del loro ruolo o non si sentono in grado di esperire questa responsabilità e vi si sottraggono con le scuse più ragionevoli, come il sovraccarico di lavoro, mancanza di tempo ecc…
Io non sono qui per giudicare nessuno, sto solo cercando di descrivere la realtà che vedo.

Oggi come oggi è molto facile lasciare i bambini in buone mani: le babysitter anche brave abbondano, ci sono ludoteche molto carine, ed poi c’e’ sempre la tv con un’offerta di cartoni animati molto intelligenti, documentari imperdibili ecc.. ma quanta importanza diamo all’ambiente in cui immergiamo i nostri figli? Se loro nei primi 3 anni di vita imitano cio’ che li circonda.. siamo consapevoli della qualità di ciò che gli proponiamo?

I nostri strumenti educativi siamo noi

Un valido aiuto ci è arrivato dal punto di vista antroposofico. In sintesi si tratta di questo: dovremmo avere piena consapevolezza del fatto che ogni nostro gesto o attività COSTITUISCE IN SE’ IL MODO IN CUI STIAMO EDUCANDO I NOSTRI FIGLI. Il modo in cui facciamo ogni cosa durante la giornata (dalla forza con cui impastiamo il pane alla noncuranza con cui ci laviamo i denti) riflette la nostra personalità e quello è il nostro strumento educativo.

giocare con tutto

Con il nostro fare, con lo stato d’animo che alberga dentro di noi e con i sentimenti che viviamo (espressi o inespressi che siano) trasmettiamo al bambino un modello da imitare. Sta a noi decidere cosa proporre.

Il nostro obiettivo? Porre le basi per la salute del corpo e dell’anima dei nostri figli. Dargli fiducia in se stesso e nel mondo circostante, farli sentire a loro volta esseri umani degni di essere imitati. Tutto qui.

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