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ADOLESCENTI Photo by Erik Lucatero on Unsplash

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Benessere digitale a scuola e in famiglia


Scritto il 30 ottobre 2018

Siamo una famiglia di nerd: mamma consulente digitale, papà esperto di radio e web i nostri 3 figli sono cresciuti in mezzo a tecnologie di ogni tipo. Fino ai 2 anni.

Poi abbiamo cominciato ad osservarli meglio, i nostri bimbi, e abbiamo scoperto che la loro reazione a tutti gli schermi era ipnotica e invasiva: ne chiedevano sempre di più.

Per questo abbiamo scelto il minimalismo digitale: dare dei limiti con il sorriso e senza punizioni, offrire alternative, portarli in natura, spegnere noi adulti per primi tutti i device, scelte da fare per tenere in piedi relazioni profonde, conversazioni vere.

E i risultati si vedono: ora i ragazzi hanno 16, 14 e 8 anni e quando le chat esagerano con i messaggi loro smettono di seguirle, vanno a scuola in bici, fanno sport, amano stare nel bosco e la sera sera quando ceniamo tutti insieme fanno a gara per chi ha più da raccontare.

Sono certa del fatto che se non fossimo stati sensibili a questo argomento ne avremmo sottovalutato le conseguenze, come tendono a fare la maggior parte dei genitori che auspicano che i loro figli siano abili nel mondo digitale e danno per scontate le competenze nel mondo reale.

Fare i conti con il digitale

Certo è che dobbiamo imparare a fare i conti con la tecnologia, conviverci il meglio possibile e imparare a sfruttarla senza farci rubare troppe ore di vita.

Per questo ci vuole consapolezza dei mezzi, uso responsabile e una certa dose di equilibrio, coraggio, curiosità e motivazione per la vita.

Siamo i primi genitori di nativi digitali, di certo non è facile per noi dare indicazioni ai nostri figli, a stento sappiamo noi come gestire quest’invasione.

Benessere digitale

Il benessere digitale è la condizione di chi sa sfruttare le crescenti opportunità messe a disposizione dai media digitali, sapendo al contempo controllare e governare gli effetti delle loro dinamiche indesiderate.

A questo scopo occorre possedere un vasto spettro di competenze specifiche, relative agli strumenti, alle informazioni, alle relazioni online, alla creazione di contenuti e, non ultime, alla gestione del proprio tempo e della propria attenzione.

Come si costruiscono le competenze per la vita digitale

Per costruire la propria identità digitale senza che la nostra vita in carne ed ossa risulti deprivata, scollegata, insipida occore mettersi al lavoro.

Abbiamo bisogno (e dico abbiamo perchè tutta anche a noi adulti farlo) di mantenere un sapiente equilibrio tra le nostre abitudini. E per farlo occorre esercizio.

La capacità digitale non riguarda solo il saper gestire certi strumenti ma anche la capacità di gestire la propria attenzione. La sovrabbondanza di informazioni crea sovraccarico mentale che dà confusione e senso di disagio.

Tutto dipende dalle nostre scelte?

Siamo sicuri che la capacità di gestire la nostra attenzione dipende solo da noi? Secondo me siamo pesantemente influenzati dalle opinioni degli altri.

Le sfide che il digitale porta nella gestione del tempo e dell’attenzione riguardano soprattutto il sapersi mettere in relazione ai propri bisogni e non quelli degli altri. Ma quali sono i nostri bisogni? Ce lo siamo mai chiesti?

Per i nostri figli vorremmo che navigassero agevolmente nella sovrabbondanza della rete ma anche sapessero difendere i propri spazi di attenzione piena e che la loro vita non fosse confinata al mondo digitale.

Sviluppare nuove capacità

Per noi operatori della rete che su internet ci passiamo 8 ore al giorno (io da più di 20 anni) non è facile pensare che questo sia possibile. Ai nostri tempi non c’era alcuna consapevolezza di ciò, oggi c’è il progetto Benessere Digitale che vuole educare a sviluppare simili capacità di scelta.

Benessere digitale è un centro di ricerca sulla qualità della vita iperconnessa che, in collaborazione con l’Università la Bicocca di Milano, ha dato vita al primo esperimento sull’educazione ai media digitali svolto in Italia verranno esposti il 9 novembre.

Sarà possibile seguire i lavori via streaming sul sito www.benesseredigitale.eu

Si tratta su sperimentazioni che svolgono negli scuole primarie e secondarie di Milano, con l’utilizzo del metodo scientifico del doppio cieco per  individuare e gestire con consapevolezza le abitudini digitali

  • il consumo di informazione online
  • l’intrattenimento
  • la gestione del tempo online
  • il multitasking
  • i livelli di stress e distrazione
  • la netiquette.

benessere digitale

Grazie al lavoro del team di esperti di Benessere Digitale, speriamo che il campione di indagine e proposte operative possa allargarsi a tutta l’Italia uscendo anche dalla scuola ed entrando nelle famiglie.

vivere semplice presentazione del libro a roma il 9 novembre 2018 librerie thlonIntanto se siete interessati all’argomento vi consiglio di leggere il libro Vivere Semplicela famiglia può essere uno snodo strategico per far maturare questa consapevolezza: per farlo non occorre essere esperti di web ma solo appassionati di umanità.

SAVE THE DATE: Se abiti a Roma vieni alla presentazione  il 9 novembre alle ore 19 alla Libreria Tlon, Via Nansen 14 zona staz. Ostiense.

In questa pagina del sito di Benessere Digitale è possibile trovare molte altre risorse video per documentarsi sui progetti in corso di svolgimento nelle scuole milanesi. Appuntamento il 9 novembre alle 14.30 per ascoltare dal vivo i risultati della sperimentazione.

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foto di sabrina d'orsi per vivere semplice

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Che cos’è il minimalismo famigliare?


Scritto il 23 ottobre 2018

foto di sabrina d'orsi per vivere semplice

Nel 2009 ho scritto un post su questo blog che parlava di minimalismo, si intitolava IO NON COMPRO in cui spiegavo perchè smettere di comprare cose, oggetti, corsi, giocattoli e vestiti è una liberazione.

Il minimalismo fa sentire i membri di una famiglia più in contatto tra di loro, più vicini ai loro veri desideri, più reali.

Liberararsi dal giogo del consumismo compulsivo è la cosa migliore che potete fare per stare bene ed essere felici.

Non comprare è sexy

Il fatto è che quando scopri l’acqua calda vorresti che tutti lo sapessero e le prime persone a cui lo dici sono quelle che ami. Ma non tutti sono disposti a credere che non comprare sia cosi sexy, anzi all’inizio c’è da lottare un po’ con le convenzioni. Poi passa

Quando scopri che è vero

Quando scopri che non lo stai facendo solo per risparmiare, che non lo fai perchè hai la casa piccola e hai finito lo spazio per mettere tutto ciò che compri, ma che i motivi sono molto più validi e profondi, sono delle vere e proprie motivazioni allora cambia tutto.

Diventi un minimalista e ti accorgi che avere meno ti aiuta a sapere cosa ti serve davvero, quali sono le cose importanti di cui ti vuoi occupare.

Cosa voglio davvero

Una delle cose che voglio è più avventura, più esperienze, più scoperte, più situazioni in cui mi trovo fuori dalla mia area di confort e mi metto alla prova.

E questo lo voglio condividere il più possibile con la mia famiglia e i miei figli che essendo cresciuti hanno anche loro sempre più bisogno di avventura.

Una delle cose che voglio di meno è noia, apatia, quel senso di vuoto che subentra quando c’è troppo da fare o sono alla ricerca di qualcosa che non trovo, che mi porta a lamentarmi e a sentirmi in gabbia.

foto di sabrina d'orsi per vivere semplice

Minimalismo famigliare

Vivere Semplice il libro di Sabrina D'OrsiDi minimalismo famigliare parlo tanto nel mio libro, perchè ho scoperto che è una delle chiavi per costruire una relazione profonda con i figli, che non si limiti al mi compri questo oppure al se fai questo ti compro quello.

Magari pensate che non sia il caso vostro, ma il consumismo è un deterrente enorme nelle relazioni sociali, soprattutto quando ci sono molti soldi o ce ne sono pochi, cioè nei casi estremi.

Gli oggetti diventano merce di scambio di attenzione e alla fine di amore, mentre si dà per scontato che un genitore che non fa mancare nulla ai propri figli sia quello che compra.

 

Una sfida divertente

E cosa succede allora quando i genitori non comprano più? Che i figli si girano verso di loro e si chiedono cos’altro possono dare i genitori, oltre ai soldi. E’ li che si fa divertente.

E tu cos’hai da dare a tuo figlio: il tuo tempo? Le tue passioni? La tua attenzione? La tua creatività? Che cosa avanti….

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Adulti che non capiscono i bambini

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Adulti che non capiscono i bambini


Scritto il 02 ottobre 2018

Photo by kyo azuma on Unsplash

Photo by kyo azuma on Unsplash

I rapporti tra adulti e bambini si fanno sempre più difficili: dalla materna al liceo sembra che educatori ed insegnanti non trovino più la chiave d’oro per entusiasmare i loro ragazzi e condurre con loro un anno scolastico pieno di gioia, di voglia di fare, di progetti speciali.

D’altro canto i grandi accusano i piccoli di essere maleducati, disinteressati, apatici quando non aggressivi. Cosa è successo?

Perchè adulti e bambini non comunicano più?

In questi 15 anni di esperienza come madre e come persona che si è formata nell’ambito della pedagogia steinerina ho visto accadere due cose fondamentali:

  • gli adulti non riconoscono più i bambini nella loro vera natura, intrisa di spontaneità e onestà, immersa nel qui e ora, una natura che alza bandiera bianca contro le troppe parole, le troppe richieste e i troppi stimoli.
  • i bambini non riconoscono più gli adulti perchè non fanno altro che arrabbiarsi, chiedere cose che impossibili sempre più orientate al rendimento e sempre meno a contatto con la natura. E gli restituiscono noia e poca motivazione nonostante gli sforzi che gli adulti sembrano fare.

Adulti che hanno smesso di coltivare la loro immaginazione e nutrire il loro immaginario per a loro volta demotivati e stremati, che si sono radicalizzati in un’approccio totalmente razionale (perchè ce ne sono altri?), approccio che al contrario i ragazzi non colgono e non sentono come importante.

Parlo di noi, di tutti noi, senza voler accusare nessuno. Adulti di oggi che si illudono che un sermone o una punizione serva a qualcosa!

Gli insegnanti giustamente vogliono in classe “bambini educati”, in realtà sperano che non rispondano quando non sono d’accordo ed eseguano le istruzioni rassegnati a ciò che vogliono gli adulti.

Adulti che vogliono l’impossibile

Bambini e ragazzi, tanto più sono svegli e ingamba, tantomeno staranno a queste regole: fuori da scuola sono abituati a non avere limiti, perchè dovrebbero adeguarsi dentro le mura scolastiche?

Allora diventa un problema dei genitori, che non sanno imporsi, che non educano più. E continua a perpetuarsi un’incomprensione tra scuola e famiglia che permane perchè mancano i momenti di confronto e la volontà di disinnescare incomprensioni che diventano poi bombe.

Dare l’esempio con i gesti non con le parole

Ma per crescere in un ambiente sereno, dove ci si sente solidali gli uni con gli altri occorre che gli adulti siano i primi a dare l’esempio con i loro gesti e i loro atteggiamenti, che si mettano in gioco per capire i bisogni dei più giovani e strutturare ambienti, orari e ritmi in modo da facilitare questi bisogni.

Mantenere la parola, lasciare che l’ora di lezione prenda pieghe diverse dal previsto, essere elastici e improvvisare per accogliere i momenti propizi dell’apprendimento.

Per saper improvvisare con successo bisogna essere in connessione con se stessi e con i bisogni di tutti, e non lasciare che le idee su quello che si dovrebbe fare diventino legge.

Cosi facciamo oggi prof !

Bambini piccoli ma anche ragazzi fino alle medie e superiori hanno esigenze importanti di ordine pratico: hanno bisogno di avere tempo per esprimere le loro ragioni, di argomentare le loro posizioni e difendere i propri pensieri, di essere ascoltati e sentirsi capiti.

Gli insegnanti sono spesso arroccati su posizioni impossibili da sostenere e il loro disagio dovrebbe parlare loro forte e chiaro e dirgli che urge un cambiamento.

E’ come quando un genitore si lamenta perchè i figli fanno i capricci, non dormono, ecc… senza mettere mai in discussione se stessi e pensare a portare modifiche nel loro modo di fare.
Ci vuole umiltà, si. E’ vero!

Gli adulti hanno un problema con l’umiltà

Troppo spesso la relazione tra adulti e bambini si basa sulla sfiducia reciprova, sulla presunzione di colpevolezza, sulla tendenza a voler aver ragione senza ascoltare le ragioni altrui.

Gli adulti a volte non danno un buon esempio su come si gestiscono le diatribe o su come si affrontano le incomprensioni perchè non sanno mettersi in una condizione di serenità interiore.

Possibile che nessuno capisce che loro imparano da noi? Da come gestiamo le relazioni?

L’empatia questa sconosciuta

L’empatia è un momento quasi magico in cui passiamo attraverso i muri della nostra separatezza fisica e ci fondiamo l’uno nell’altro come esseri spirituali. Viviamo e sentiamo le emozioni dell’altro e siamo in grado di metterci nei suoi panni, non per giustificarlo dei suoi comportamenti ma propriamente per immedesimarci in essi.

Immedesimarsi: ne vale la pena

Ma immedesimarsi non è una parola che va di moda in questi anni, dove se solo per un momento provassimo ad immedesimarci in un migrante che arriva a bordo di un barcone, con un bambino in braccio, non avremmo più il coraggio di rifiutare nessuno. Ecco perchè questo ci spaventa, ecco perchè questo è l’unico modo che abbiamo di essere umani.

Ne parliamo domenica 7 ottobre all’ex cartiera di Via Appia Antica 42 a Roma
Info qui Laboratorio per genitori e insegnanti

laboratorio_viveresemplice 7 OTTOBRE ORE 11 A ROMA

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Photo by Erik Lucatero on Unsplash

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Noia e apatia: perché ci lamentiamo e ci annoiamo?


Scritto il 31 maggio 2018

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Essere stabilmente di buon umore sarebbe il metodo più facile per avere una vita soddisfacente e non rischiare di cadere preda dell’apatia e della noia. Ma come si fa?

Conosciamo persone che si annoiano sempre, e forse anche noi facciamo parte di queste persone.
Chi si annia ha una radicale difficoltà ad entusiasmarsi. Perché? Ho scovato un libro bellissimo che parla di noia e apatia in modo del tutto nuovo, in realtà anche nel mio libro ne parlo, certo con meno competenza visto che non sono una psicanalista e non ho il curriculum di Gustavo Pietropolli Charmet.
Il libro si intitola L’insostenibile bisogno di ammirazione edito Laterza. Vediamo cosa dice.L’insostenibile bisogno di ammirazione

Che cos’è la noia?

La noia e l’apatia sono malesseri è causati dal non trovare un motivo per cui valga la pena entusiasmarsi.

La noia si serve del disprezzo per annientare il valore di qualsiasi proposta che passi per la testa della persona annoiata: c’è sempre la sensazione che le proprie idee non siano degne di ammirazione, perchè inutili o prive di originalità.

Datemi qualcosa di forte e smetterò di disprezzare

Per uscire dal disprezzo, dalla noia  e dalla lamentela ci vuole un’impresa rischiosa, violenta, rumorosa, che lasci una traccia del proprio passaggio e della propria esistenza. Ecco perché la noia è la regista delle imprese più trasgressive e vandaliche di chi è alla ricerca di emozioni. E questo vale anche per i ragazzi

L’obiettivo è ottenere visibilità o quanto meno ascolto, anche se irritato o risentito.

Abbiamo bisogno di essere ammirati

La caratteristica di chi prova noia e apatia e quindi cerca visibilità per uscirne è che queste persone sono impreparate ad ammirare gli altri, anche se hanno bisogno a loro volta di essere ammirati.

Nello scenario sociale in cui viviamo, alle prese con un’alluvione di immagini e suoni rispetto al silenzio comunicativo di un tempo, il cercatore di ammirazione è una persona che ha paura di non essere visto: nel selfie e nei post su facebook egli cerca il lenimento degli amici che con i loro like dispensano barlumi di ammirazione vera o presunta.

Ritrovare il desiderio è la cura radicale

E alla paura di essere dimenticato si aggiunge l’estremo opposto: il terrore dello sguardo implacabile, quello che giudica.

E’ lo sguardo che mette alla gogna, lo sguardo del bullo sulla sua vittima che costringe a vergognarsi di tutto ciò che si fa o si è.

Il bisogno di scomparire

Nel caso dell’umiliazione dell’anonimato invece il tema centrale è la vergogna, il difetto, la mancanza di coraggio morale. Vergognarsi comporta il bisogno di scomparire, è mortificante per etimo: presuppone la morte del soggetto.

L’adolescente che si vergogna

Pietropolli Charmet è un genio, mi fa saltare sulla sedia il suo bellissimo saggio, anche quando continua con esempi di devastante chiarezza in merito all’adolescente che si vergogna.

Mi fa soffrire pensare ai genitori dei ritirati sociali, ragazzi che abbandonano la scuola e si ritirano in camera loro per interi anni, lasciando mamme e papà immobilizzati dal dolore e dall’incomprensione.

L’autore parla anche delle grandi digiunatrici, giovani ascetiche che sostengono che dominare la fame significa vincere una battaglia contro i propri istinti.

Capire questi drammi significa conoscere meglio il modo in cui i nostri figli e i loro amici percepiscono il mondo. E’ affascinante!

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Cosa cercano i ragazzi di oggi

I ragazzi di oggi cercano adulti autorevoli, esseri umani degni di essere imitati e non macchinette patetiche prive di dignità. E quando li trovano non se li lasciano sfuggire.

Ciò che li attrae di loro è la passione che li anima o la sicurezza che sanno trasmettere o la dimensione etica che sanno far trasparire.

I ragazzi cercano persone da ammirare… speriamo solo riescano a trovarle.

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Crisi e crescita personale

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Crisi e crescita personale


Scritto il 19 febbraio 2018

@jakeufkes

@jakeufkes

Per alcuni non è chiaro cosa siano i percorsi di crescita personale e l’equilibrio interiore, ma è difficile per gli altri spiegarlo con parole comprensibili.
Perchè è un bisogno e comunicare i propri bisogni significa ammettere di aver bisogno di essere capiti dagli altri. Imbarazzante. Inoltre magari è un bisogno che non tutti hanno.

Trovare parole per descrivere quel senso di straniamento, di isolamento, di perdita di senso, di impotenza che ci allontana da noi stessi richiede cautela.

Molte persone sentono il bisogno di incamminarsi in un nuovo percorso di vita che faccia chiarezza. Non si sentono a loro agio nella contemporaneità e cercano modalità e strategie per riorganizzare il proprio essere nella vita di tutti i giorni.

Il motivo può anche non essere la contemporaneità con i suoi malfunzionamenti, può trattarsi di una crisi personale che arriva (non per caso) ad un certo punto della propria vita oppure che giunge più volte in fasi diverse.

Crisi_Biografiche Natura e Cultura editriceHo trovato un libro che esprime tutto quanto con le parole migliori possibili e ne da conto attraverso un breve excursus storico delle correnti di pensiero che se ne sono occupate.
E’ Crisi biografiche, occasioni di vita. Lo sviluppo dell’uomo tra giovinezza e anzianità.

L’autore è Bernard Lievegoed psichiatra di formazione, pedagogo, docente universitario olandese e fondatore dell’Istituto Pedagogico Olandese per il Commercio e l’industria.

Qui c’è la scheda del libro Crisi Biografiche casa editrice Natura e Cultura. Puoi comprarlo sul sito Feltrinelli con lo sconto del 15%.
Questa non è una pubblicità, ma un caloroso invito alla lettura per persone che come me sono alla ricerca delle vere domande e delle proprie personali risposte esistenziali.

L’autore, come figure del calibro di Adriano Olivetti ha saputo portare le peculiarità delle varie fasi dello sviluppo personale all’interno degli apparati organizzativi.

Essere in ascolto della vita

Una cosa è certa: per chi vive ascoltando la propria voce interiore la quotidianità non è facile perchè il proprio agire e pensare non sono più guidati dai luoghi comuni e dalle convenzioni sociali.
Che cosa ci guida allora?

Le azioni che compiamo tengono in considerazione molteplici fattori e si accompagnano ad intuizioni, associazioni di significato,  attribuzione di valore, stati d’animo che influenzano il modo stesso di percepire il mondo. Detto in altre parole: vivere con consapevolezza fa assumere alla vita significati molto diversi da quelli usuali e impone di cercare senso in pieghe inedite della vita e di non smettere mai di scavare sotto la superficie delle cose.

Le età della vita

Il corso della vita umana che compone la biografia dell’uomo è una vera e propria opera d’arte che si dispiega sotto tre punti di vista: quello biologico, quello psichico e quello spirituale. Il lavoro biografico è una pratica terapeutica e di autoeducazione di ispirazione antroposofica il cui obiettivo è quello di risvegliare un nuovo sguardo su se stessi che sia foriero di nuove domande e nuovi punti d’osservazione.

Durante la vita esistono tappe più o meno obbligate che l’uomo si trova a compiere, e ogni fase è caratterizzata da elementi particolari. Esistono vari modelli secondo i quali la vita dell’uomo viene suddivisa in periodi, molto simili in tutte le culture e le epoche.
Il metodo greco dell’ hepdomaden: 10 fasi da 7 anni ciascuna che i romani hanno accorpato per creare una suddivisione in fasce da 14 anni l’una fino ad arrivare alla psicoanalisi di Freud e alla psicologia dell’età evolutiva. E’ nota a chi legge, credo, la teoria dei settenni di Rudolf Steiner.

Nell’adolescenza insieme alla provvisorietà c’è l’assolutezza delle propri convinzioni, il rifiuto del compromesso, la protesta contro l’ingiustizia, il coraggio di iniziare ad assumersi la propria responsabilità individuale.
Nella fase mediana della vita (21-42 anni) il carattere si è plasmato con il superamento degli ostacoli e delle resistenze della vita. Disillusione e oggettività sono il prezzo da pagare, il pone ora la domanda decisiva, se sia possibile trovare altri, nuovi valori.
Scoprire che noi stessi siamo questi valori, nella misura in cui li realizziamo nella nostra esistenza personale, mi giunge forte e chiaro dopo quasi 15 anni che mi esercito.

Ricordate quando avevamo i bambini piccoli e dicevamo a noi stessi che volevamo essere umani degni di essere imitati, avendo appreso i fondamentali effetti che l’imitazione aveva sui bambini?

Fare per gli altri, fare per sè

Ci siamo esercitati a diventare degni di incarnare quei valori e lo abbiamo fatto solo per amore dei nostri figli ma poi ci siamo accorti che quell’obbiettivo era duplice: lo facevamo per loro nella stessa misura in cui lo stavamo facendo per noi, per trovare i nostri valori fondativi e il nostro leitmotiv.

…il letimotiv si può cogliere nella reazione dell’individuo ai fattori ereditari e all’educazione ricevuta …

A me questa una riflessione sembra una bomba: intuitivamente lo sapevo già ed è il motivo per cui mi sono appassionata negli anni alla pedagogia. E’ anche il motivo per cui mi sento una sopravvissuta anzi una resiliente e sono grata alla mia famiglia per le difficoltà che mi ha portato involontariamente incontro.

Avere coscienza del proprio valore

Avere coscienza del proprio valore (conoscenze, esperienze di vita e capacità di giudizio) e contemporaneamente liberarci dalla prigionia dell’ego (volontà di affermazione personale, aspirazione di potere): ecco la missione da compiere tra i 40 e i 50 anni secondo l’autore.

Dopo ci sarà solo più da decidere una volta per tutte con quale atteggiamento andare incontro alla vita che resta e sarà il momento di porsi nuove domande. Non più chi sono ma per quale scopo voglio impiegare i miei talenti? qual è il mio vero compito?

E’ necessario fare è allargare il proprio orizzonte, fare il punto della situazione, correggere la rotta per realizzare il proprio fine, lo scopo. Che cosa voglio? Sono nel posto giusto? 

L’autenticità delle persone

Ti capita mai di sentire un adolescente esprimere un giudizio impietoso ma verissimo a proposito di un adulto o di un insegnante? E come se fosse in grado di fargli radiografia morale.
I giovani sanno riconoscere a prima vista chi ha saputo liberarsi dalla prigionia dell’ego e lo considerano personale autorevole e di riferimento. Tutti gli altri non contano più nulla per lui perchè non è attratto nè dalla posizione, nè dal sapere, nè dal prestigio di queste persone.

Esercitare l’imperturbabilità

Alla ricerca di un equilibrio sempre più ambito sono approdata alla meditazione ma questo è un altro paio di maniche. L’autore ne parla a tratti soffermandosi sull’introspezione, sullo studio fenomenologico e su quella che Rudolf Steiner chiama la concezione goethiana del mondo.

Ma non voglio dirvi troppo… buona immersione in voi stessi.

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se hai 13 anni usa la bicicletta invece dello smartphone. cresci meglio!

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Meglio la bicicletta dello smartphone


Scritto il 18 gennaio 2018

usa la bicicletta invece dello smartphone. cresci meglio!
photo credit:Florian Klauer

Seguo con passione il mondo dei media: che fine faremo noi e i nostri figli dopo lo tzunami smartphone e social?

In questi anni mi sono fatta delle idee, ne parlo anche nel libro in uscita, ma ieri c’era a Roma Alberto Pellai e mi sono fiondata a sentirlo per sapere come la pensa.

Alberto Pellai è medico e psicoterapeu­ta dell’età evolutiva, ricercatore di scienze bio­mediche del­l’Università di Milano. Autore di molti libri e del sito tuttotroppopresto.it: un esperto insomma, mica come me che sono solo una mamma di tre figli maschi che ne sa un pochino di web.

Quando è il momento dello smartphone?

Parliamo di smarphone perchè qui non ci sono in ballo le telefonato c’è ben altro. Consegnare il telefonino significa mettergli in mano social, whatsapp, youtube e tutto il resto, lo sappiamo.

Il dottor Pellai ha esordito con il cappello di padre di 4 figli per cui vige la regola smartphone a 14 anni.

Una rivoluzione durata 5 anni

Con il primo figlio oggi 17enne è stato facile perchè si parla di una decisione presa 3 anni fa, per gli altri è più complicato: la secondogenita afferma di sentirsi una sfigata e il terzogenito odia la bicicletta che gli hanno regalato in prima media.  Voleva lo smartphone.

skateboard in riparazione

Insomma sembra la nostra storia

Noi abbiamo deciso che a 12 anni avremo concesso lo smartphone senza internet (solo wifi) e con contratto telefonico a consumo. Per tutti i figli e dopo la firma contratto d’uso.

Ora il figlio grande 15enne quando vede il piccolo di 8 che alle 9 di sera gioca con il mio smartphone mi chiede se mi sono bevuta il cervello. “Io andavo a letto alle 7.30 e non ho mai preso uno smartphone in mano neanche per fare una foto” dice. Ha ragione.

Se cerco di dirgli che i tempi sono cambiati non mi crede, non ne ha la percezione. In 5 anni ne sono passati 20, lo dice anche Pellai.

Se gli spiego che mezz’ora di tecnologia al giorno in terza elementare è un buon compromesso mi dice che sono una fallita perchè ho gettato la spugna. Forse ha ragione.

Se non è la bici purchè sia…

Basta che ci sia vita nei nostri ragazzi e non solo tecnologia! Il tredicenne di casa è fissato sia con lo smartphone che con lo skateboard. A forza di dirgli “metti giu quel telefonino” ha trovato un sano equilibrio tra le due cose e ora usa la tecnologia per fomentare i suoi (sani) interessi.


Per il resto passa le giornate a farsi prendere a parolacce dai vecchietti mentre va in skate sui marciapiedi. La cosa importante però è questa:

Glielo lasciamo fare!

Lo lasciamo andare al Maxi o all’Ara Pacis da solo in skate. Fa una decina di isolati sul marciapiede del lungotevere con quell’aggeggio solo per trovare una superficie liscia.

Il sabato lo portiamo al Bunker Skatepark o a Cinecittà Skatepark per assecondare la sua voglia di mettersi alla prova.

E’ una palla? Si, preferiremmo andare al cinema. Questa passione lo tiene un po’ lontano dalla tecnologia e più  vicino a se stesso. E ne vale la pena!

Se vuoi ascoltare l’incontro con Alberto Pellai ascoltala qui:

Temi dell’incontro

Pericoli e opportunità del mondo digitale.
Lo smartphone come alcool e tabacco: da vietare ai minori?
Pre-adolescenza: e se fossero i genitori il problema?
Dalla musica al cinema, dal web alla tv: difendere i ragazzi dai messaggi di un contesto iper-eccitato.
Il tiro alla fune tra genitori e figli: una precisa strategia educativa.

 

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Tutori volontari di minori non accompagnati

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Tutori volontari di minori non accompagnati


Scritto il 20 luglio 2017

Ricordate quando parlavamo di esseri umani degni di essere imitati?
Ho scoperto che esiste la possibilità di diventare tutori volontari di minori non accompagnati, prendendosi cura di ragazzi che arrivano in Italia senza famiglia non dal punto di vista tanto materiale quanto umano. Saranno ragazzi presi in carica dai servizi sociali che avranno bisogno di essere sostenuti e aiutati nelle scelte della loro vita e che potrebbero trovare nella nostra famiglia un punto di riferimento.

Vi ho raccontato molte volte di come, da quando siamo diventati genitori, abbiamo cominciato a sentire tutti i bambini come anche figli nostri e quella naturale tendenza a prenderci cura si è dilatata e trasformata in un senso di responsabilità verso i piccoli.

Vogliamo anche essere dei buoni esempi per i nostri figli, essere in grado di dimostrare che prendersi cura di un pezzetto di società fuori dalla famiglia è una cosa fattibile. Non un segno di eroismo ma forse il minimo che si può fare per restituire tutto ciò che abbiamo avuto dalla vita.

Invece di parlare per una volta abbiamo un’occasione: il Garante per l’infanzia e l’adolescenza ha emanato in molte regioni un bando per accogliere persone disponibili a diventare tutori volontari di minori non accompagnati. Persone che abbiamo voglia di mettersi a disposizione di giovani che non hanno la fortuna di essere protetti, curati e amati dalle loro famiglie e che si ritrovano soli e fragili senza alcun sostegno nè morale nè materiale.

Il bando per la Regione Lazio si può scaricare qui, è necessario compilare un modulo e si avrà accesso ad un corso gratuito di 30 ore che darà l’abilitazione a donare il proprio interesse e la propria cura per un alto ideale di accudimento di quelli che speriamo saranno i nuovi cittadini italiani del futuro. Ragazzi che, avendo ricevuto la giusta accoglienza e il calore umano che è dovuto ad un bambino o ad un ragazzo minorenne, svilupperanno quel senso di gratitudine che sarà il motore della prossima generazione.

In ogni regione le regole sono leggermente diverse. Per le regioni Toscana, Sardegna, Abruzzo e Molise il bando è questo. Per tutte le altre regioni c’è un prospetto sul sito di vita.it

avviso

Cosa devi fare

1
Sii un punto di riferimento e abbi cura che vengano tutelati i suoi interessi
A volte i bambini e ragazzi che arrivano in Italia sono persone molto fragili che hanno perso tutto e hanno bisogno anche solo di un punto di riferimento iniziale. Da cui partire.

2
Ascolta i suoi bisogni
Essere ascoltati è importantissimo per un minore che non ha punti di riferimento. E’ l’attenzione che c’è nell’ascolto un punto chiave per cominciare a ricostruire la sua autostima e capire ciò di cui ha più bisogno

3
Coltiva le sue potenzialità
Ascoltandolo potrai capire come meglio indirizzarlo, quali sono i suoi punti di forza e come usarli per sviluppare resilienza e forza d’animo

Cosa non devi fare

1
Non devi ospitarlo a casa tua
Non hai obblighi di residenzialità perchè il minore sarà ospitato in comunità per minori o nel migliore dei casi in famiglie affidatarie. Ma non è detto che poi non scelta tu di offrirgli ospitalità e questo non sarà proibito.

2
Non devi prenderlo in carico economicamente
Il minore sarà assistitito economicamente dai servizi dello Stato. Non dovrai occuparti di pagargli nè il vitto, nè l’alloggio, nè gli studi. Il supporto che ti chiediamo di dare al minore è di ordine umano, organizzativo e di inclusione sociale.

3
Non ci sono vincoli
Oltre a dimostrare di essere un cittadino italiano onesto ed in regole con i tuoi obblighi civili non ci sono altri vincoli. Puoi essere o meno sposato, avere o meno dei figli, l’importante è che tu dimostri di avere una motivazione per questa azione di partecipazione sociale come strategica e delicata come prenderti umanamente cura di un minore in balia del suo sfortunato destino.

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Cosa serve per avere una buona relazione con i figli?


Scritto il 18 maggio 2016

Fabio Alessandri è un maestro e un formatore di insegnanti nell’ambito della pedagogia steineriana ma prima di tutto è un amico ha saputo stare vicino alla nostra famiglia e darci consigli che in questi anni si sono rivelati utilissimi e preziosi per fare i genitori.
Ecco secondo lui cosa serve per stabilire una relazione di cura con i bambini.

Le nostre priorità

Il tempo che dedichiamo alle cose ci parla delle nostre priorità. Facciamo un esempio: se dobbiamo cucinare per qualcuno sappiamo che dobbiamo prepararci per tempo.
Cominciamo col pensare cosa cucineremo, andiamo a fare la spesa, la portiamo a casa e iniziamo il lavoro. Quando è pronto apparecchiamo e solo a questo punto possiamo far sedere a tavola la persona per cui abbiamo tanto lavorato. Alla fine del pasto riordiniamo, laviamo tutto quanto abbiamo utilizzato. Questo mostra che il tempo che dedichiamo alla preparazione di un buon pasto è infinitamente maggiore di quello che passiamo a tavola con le persone per cui abbiamo cucinato.

Quando abbiamo delle difficoltà con i nostri bambini però non mettiamo a frutto l’esperienza che abbiamo maturato in cucina. Ci facciamo un sacco di domande per cercare di spiegarci i loro comportamenti «indesiderabili» e non ci accorgiamo che il tempo dedicato alla preparazione di quanto offriamo ai bambini è del tutto insufficiente. Crediamo che l’educazione si giochi nel momento in cui stiamo con loro e non ci accorgiamo che – proprio come quando facciamo da mangiare – dobbiamo lavorare prima e dopo il momento in cui stiamo con loro e sapere esattamente cosa preparare e come.

Trascurare ciò che conta davvero

A che si deve questa trascuratezza nella preparazione dell’incontro con i propri figli? Probabilmente dipende dal fatto che siamo abituati a nutrire il corpo, ma non l’anima che lo abita. L’esistenza di quest’ultima, nella nostra cultura, è quanto mai dubbia e perciò non ci si occupa del suo nutrimento. Così l’anima, invece di crescere e svilupparsi, intristisce e deperisce.

Se però ci siamo accorti che l’anima esiste e per poter crescere sana e forte ha bisogno di essere nutrita tanto quanto il corpo, dobbiamo trovare il tempo per prepararci adeguatamente a saziare l’anima dei nostri figli. Bastano anche solo cinque minuti al giorno. Cosa fare in quel breve tempo?

Fare chiarezza

Tanto per cominciare bisogna esercitare lo sguardo retrospettivo su quanto abbiamo fatto. Dobbiamo riuscire a ricordare con precisione gli eventi vissuti senza giudicare, criticare o interpretare i comportamenti nostri e degli altri. Si può procedere scegliendo un episodio particolare della nostra vita con i bambini nel quale è sorta una qualsiasi difficoltà e ricostruire con la memoria i fatti, dipingendo la scena come se guardassimo un film o uno spettacolo di teatro, cercando di ricordare il maggior numero di particolari possibile. Ci si può allora accorgere di come il nostro pensiero tenda ad allontanarsi dai fatti per commentare, giudicare, criticare o interpretare quanto abbiamo vissuto.

Osservare i pensieri e gli stati d’animo

L’osservazione interiore perciò deve svolgersi su due piani paralleli, da un lato dirigendosi al ricordo di quello che è successo, dall’altro ai pensieri e ai sentimenti sorti in noi in quell’occasione. E dobbiamo imparare a guardare ai nostri sentimenti e ai nostri pensieri con lo stesso distacco con cui guardiamo agli altri. In questo modo creiamo in noi uno spazio interiore all’interno del quale possono sorgere nuove idee riguardo al nostro modo di comportarci con i bambini.

Il processo può essere condotto gradino dopo gradino, passando dal ricordo dei fatti al ricordo degli stati d’animo e infine dei pensieri formulati – più o meno consapevolmente – nella circostanza considerata. Se ricordarsi esattamente i fatti nei particolari non è semplice, ancora più difficile è accorgersi dei pensieri che accompagnavano la nostra azione. Gli stati d’animo invece sono quelli che ricordiamo con più facilità.

Con l’esercizio si può a poco a poco riuscire a far tacere il pensiero intellettuale in noi, che vuole sempre giudicare le azioni, valutarle, interpretarle, spiegarle. Quando riusciamo finalmente a far tacere l’intelletto siamo pronti a ricevere qualche nuova intuizione.

L’intuizione

Si tratta allora di immaginare con fantasia che cosa avremmo potuto dire e fare di completamente nuovo per noi nella situazione che stiamo ricordando. Non dobbiamo prescriverci un qualsiasi comportamento futuro, ma solo inventarci un diverso intervento da collocare nel passato, al posto di quello che abbiamo tentato senza successo. Così facendo rafforziamo la nostra fantasia e ci predisponiamo ad avere idee nuove al momento giusto.

La pratica qui brevemente descritta porta i suoi frutti se coltivata in modo ritmico e costante e costituisce una buona educazione ad una migliore percezione dei bisogni dell’altro. Se giustamente intesa ed esercitata può mostrare la sua forza anche dopo poco tempo, ma solo una disciplina più lunga potrà creare in noi abitudine e capacità, così come avviene in cucina: si può preparare un singolo pasto con buoni risultati, ma ciò non significa essere capaci di farlo tutti i giorni.

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resilienza

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Resilienza: la soluzione per tutti i problemi


Scritto il 05 gennaio 2015

Quali risorse possiamo usare, come adulti e come genitori, per mostrare che ai problemi c’è sempre una soluzione?

resilienza

La resilienza è la capacità di reagire alle situazioni difficili, ai traumi e agli stress resistendo. Spiegandosi magari ma senza spezzarsi. Questa qualità  in dotazione naturale ad alcuni materiali , studiata in fisica, pare sia anche un talento a disposizione delle persone. Basta trovarsi nelle condizioni giuste per poter esercitarlo!

La persona resiliente sa ritrovare l’equilibrio dopo uno shock esterno, sa farsi rimbalzare addosso un problema che altrimenti si trasformerebbe in disastro. Ma questa persona non fa tutto da sola: viene aiutata da elementi esterni importanti.

Cosa ci rende resilienti?

I fattori che pare ci rendano resilienti di fronte a traumi e dolori sono:

  • la solidità delle nostre amicizie
  • la qualità delle nostre relazioni sociali
  • la profondità degli affetti
  • i valori in cui crediamo

Come imparare ad affrontare gli shock?

Poiche gli sconvolgimenti della vita non sono prevedibili, cercare di calcolare tutte le eventuali possibilità che si verifichino puo’ non essere la soluzione migliore. Gli studiosi sembrano orientarsi più su un set di strumenti da mettere in campo per imparare ad affrontare gli shock e tratte beneficio dai traumi che possono aggredirci:  la resilienza è la prima competenza da esercitare.

Quali esercizi fare?

Se ogni giorno mettessimo in pratica un po’ della personale capacità di adattarsi, imparare a sbagliare senza frustrazioni, andar per tentativi senza perdere la pazienza, fare con sapienza contadina invece che con il solo intellettualismo, imparare dalle lezioni ricevute e dai fallimenti, dagli insuccessi e dalle stroncature.

Chi sono i veri super-eroi?

 

Il permaloso, il perfezionista e il maestrino possono anche stare a casa, come il fannullone e l’egocentrico.
La resilienza è un talento che premia chi si mette, testa bassa, a lavorare con quel che ha, che usa umiltà e pazienza come baluardi di vittoria, che presta attenzione agli ultimi e cerca modelli di crescita non competitivi.

Quali politiche per i governi?

La resilienza si ottiene con politiche che investono nella scuola, nella riqualificazione dei lavoratori licenziati, nelle reti di protezione sociale e nella ricerca di modelli di business più equi, attraverso cui ridistribuire porzioni più consistenti di benessere.

Mettere in sicurezza un governo significare aumentare la sua resilienza, corazzarlo di forze culturali

  • forze emotive perchè le persone sappiamo commuoversi, sensibilizzarsi difronte ai problemi degli altri
  • forze percettive perchè le persone riscoprano come guardare con occhi veri i problemi e sentirli sulla propria pelle
  • forze motivazionali perchè le persone siamo motivate a migliorare il mondo che è casa loro prima di tutto

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Horizon-2020

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Un’agenda europea per tutti


Scritto il 03 gennaio 2015

Parliamo di buoni propositi per il futuro, anzi progettiamo insieme i prossimi 5 anni, vi va?

Come saremo nel 2020

Nel 2020 avrò 48 anni, mio figlio grande avrà 18 anni, il medio 16 e il piccolo 11. Per loro vorrei  più possibilità di accedere alle Università europee o di affacciarsi sul mondo del lavoro in qualsiasi paese della comunità. Con app intelligenti come Doulingo se vorranno potranno imparare e far pratica delle lingue gratis, e vorrei che potessero utilizzare servizi e acquistare prodotti intelligenti, che soddisfano bisogni reali e che li mettano in condizione di migliorare costantemente le loro competenze.

Chi avrà progettato questi servizi? Saranno persone che sono state formate per produrre servizi in grado di rispondere ai reali bisogni della società? Sicuramente si, visto che ora c’è Horizon 2020.

Sapete che cos’è Horizon 2020? E’ un’agenda europea semplice e efficace. Cosi almeno si propone di essere ed io ve la racconto!
Il programma europeo per la ricerca e l’innovazione prevede il sostegno di progetti da qui al 2020 che si pongono gli obiettivi che tutti auspichiamo, eccoli semplificati:

Horizon-2020

1. l’eccellenza europea in ambito scientifico: essere bravi, essere ascoltati, essere finanziati nei progetti che valgono
2. la leadership nel mercato industriale: sviluppare un mercato equo, valido ed efficace
3. il saper fronteggiare alle sfide che la società di oggi ci pone: la salute per tutti, la sicurezza alimentare, i trasporti intelligenti, e l’uso sempre più massiccio delle energie alternative.

L’Agenda digitale rientra tra i progetti fondamentali perchè l’uso efficace delle tecnologie di informazione e di comunicazione è un punto strategico insieme alla crescita intelligente nell’ambito dell’istruzione, della formazione permanente e della ricerca e innovazione.
Si fa sempre più urgente la necessità di imparare a creare servizi e prodotti che incentivino il lavoro giovanile e la risoluzione creativa ai problemi di sempre.

Quali sono gli obiettivi che ci siamo dati?

1. soglia di investimenti pari al 3% del PIL dell’Unione Europea
2. soglia di occupazione per gli adulti tra i 20 e i 64 anni al 75% entro il 2020
3. il tasso degli abbandoni scolastici sotto al 10% 
4. almeno il 40% dei 30-40enni avrà un’istruzione univeritaria (non un titolo) beh, che almeno ci provino a fare l’università!

Ecco la mia agenda

La mia agenda per i prossimi 5 anni è la seguente:
sul fronte professionale studiare come applicare la tecnologia alla cultura per garantire l’inclusione di tutte le fasce di persone che apprendono in modo laterale, o che imparano meglio quando gli si insegna in modo non convenzionale, o che non rispondono all’istruzione classica adattandosi ma che hanno bisogni speciali di apprendimento e dimostrano, data l’attenzione con cui si propone l’insegnamento, di essere ampiamente in grado di riportare le loro competenze a dei livelli di cosiddetta “normalità”.

In Italia i BES (bambini con bisogni speciali) sono il 65% del totale. E non parliamo di ritardi mentali classici conclamati: parliamo di altro, di bambini che stanno affrontando o hanno affrontato una difficoltà che li ha lasciati indietro. A quei bambini serve solo una marcia in più, serve sviluppare resilienza ovvero riescire a trasformare la loro difficoltà in esperienza di crescita anche con l’aiuto degli insegnanti.

Per capire cosa intendo ascoltate Salman Khan, un insegnante che nel  2004 cominciò a mettere dei tutorial di matematica su YouTube per aiutare i suoi cugini in difficoltà a scuola.

Sei anni dopo i suoi 2000 tutorial che sono stati visti da più di 100mila persone nel mondo hanno dato vita alla Khan Accademy (che comprende anche una sezione in italiano con i fondamenti della matematica), un’università online gratuita che offre uno strumento formidabile a tutti gli insegnanti del mondo: dare le lezioni come compiti a casa (in modo che i ragazzi possano ascoltare e riascoltare, mettere in pausa e apprendere con i loro tempi e senza giudizio) e poi fare i compiti a scuola dove il maestro può seguire individualmente i progressi di ciascuno e personalizzare l’aiuto in modo discreto ed efficace.

In pratica come utilizzare le tecnologie per umanizzare le relazioni. Ecco, questo mi interessa. E a voi?

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bambini grandi e ragazzi a letto presto si può . vivere semplice

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Bambini grandi e ragazzi a letto presto


Scritto il 22 ottobre 2014

bambini grandi e ragazzi a letto presto si può . vivere semplice

Dicevamo che i piccoli hanno bisogno di una routine del sonno, e che bisogna iniziare presto a dare calore, contatto e ritmo. Poi gli anni passano e i ritmi cambiano un po’ ma rimane il bisogno dei bambini di ritrovare un minuto di quello speciale ambiente che avevamo creato per i piccoli e starci un po’ dentro. In silenzio o con qualche racconto serale.

Hanno bisogno di andare a letto presto

I miei figli vanno a letto alle 8,30 ora che sono più grandi (10 e 12) ma fino a 3 anni fa erano le 8 di sera. Ed emilio 7,30. Ho capito che un segreto alla base di questa tempistica è stato cenare presto ovviamente. E visto che noi siamo torinesi ce lo possiamo permettere. Mangiare tutti insieme e bene e a tv spenta. I bambini hanno fame alle 7 e all’inizio preparavamo solo la cena per 3 poi io e andrea cenarvamo da soli. Ormai sono cresciuti e ceniamo tutti alle 8.

Ultimamente avevamo deciso che i ragazzi avevano uno screen time era di mezz’ora al giorno. Ed Emilio cartoni un giorno si e uno no per mezz’ora. Loro hanno cominciato a giocare con Cash of Clans tutti i giorni, e il grande era sempre indeciso se continuare a giocare o chattare su WathsApp con i suoi amici.
Insomma un giorno ho detto: secondo me state esagerando. Loro mi hanno risposto: è vero! Forse è meglio seteniamo spento per un po’.

Ora è una settimana che tentano di fare altro, a volte vengono in cucina e dicono: uffa mi annoio ed io rispondo loro: è normale, si chiama astinenza. Lo capiranno più avanti, per ora non è un problema. Siamo qui per questo: mettere qualche paletto in mezzo a tanto amore.

A letto presto

Credo che la routine del sonno vale anche per i ragazzi e gli adulti. Fa male a tutti lo schermo fino a tardi anche se per noi adulti è ancora peggio perchè con il computer ci lavoriamo anche.
Finire compiti e fare la cartella, lavarsi i denti, trovare il proprio pigiama, cambiarsi ritrovare una parvenza di coperte e cuscini e lasciare in pace i grandi è un diritto-dovere di ogni ragazzo.

Se poi gli adulti riuscissero a mettere in tavola anche una colazione in una cucina riordinata sarebbe perfetto. Con la sveglia che ti da tempo per cominciare un nuovo giorno, anche questo senza fretta.

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Quello che i genitori non hanno capito del figlio

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Quello che i genitori non hanno capito del figlio


Scritto il 31 agosto 2014

perchè l'adolescenza è un periodo difficile

Le dinamiche genitori-figli sono la mia passione. Mi piace osservare non solo quelle interne alla mia famiglia ma anche quelle che mi circondano. E’ una chiave (delle tante disponibili) per capire il mondo.

E’ ovvio che i genitori non hanno capito un sacco di cose del figlio di tutte le età (e anche noi annaspiamo a volte) . Degli adolescenti hanno quasi paura perchè si allarga il gap generazionale, in passato come oggi ed è difficile capirsi.

I bambini diventano grandi e tutte le aspettative riposte in loro sembrano tardare a realizzarsi: è come se non si intravveda neanche la possibilità che possano realizzare le loro potenzialità perchè gli adolescenti sembrano persi anche se iperconnessi, apatici e fragili ma narcisi, impegnati in cose futili, sdraiati, sregolati, annoiati.
I genitori li considerano preda di possibili dipendenze, incapaci di concretizzare e di tenere un minimo di ordine e cura nella loro vita.

Come faranno nostri figlio senza di noi?

Al Festival della Mente ho assistito ad una conferenza dove tre psicoterapeuti dell’adolescenza dell’Istituto Minotauro di Milano, raccontano le loro esperienze con famiglie in difficoltà. Un magnifico lavoro che ora vi racconto. Ma prima permettemi una piccola digressione per capire meglio.

Come è fatta la Famiglia per antonomasia

Fin dalle origini dell’uomo la madre ha avuto bisogno di un compagno per proteggere il suo cucciolo: non riusciva ad andare a cacciare e a occuparsi di lui e ben presto si è resa conto che avrebbe dovuto convincere un maschio a assumere il ruolo di padre stando al suo fianco.

Il maschio non ha mai scelto la paternità. I motivi per cui l’uomo diventa padre sono cambiati nella storia: in passato era per senso del dovere patriarcale, per esigenze di prosecuzione della specie o per motivi sociali, ma oggi per quale motivo?

Per come è strutturata la società oggi, è la donna che decide quando e con chi avere un figlio. E il compagno accetta una proposta non esplicita per motivi di ricompensa narcisistica.

Infondo – dicono Davide Comazzi, Antonio Piotti, Laura Turuani – la donna è sempre stata una madre potenziale, fin dai tempi in cui giocava con le bambole, mentre l’uomo si ritrova a dover acquisire una competenza partendo da zero: con un senso di distanza, limitatezza e frustrazione che caratterizzeranno tutta la sua esperienza di padre dall’inizio e fino ai tempi dell’adolescenza e saranno come vedremo proprio il suo punto di forza (se saprà esserne consapevole).

La madre è chiaramente mamma da dentro: origina il figlio, lo tiene attaccato e vicinissimo a se per farlo sopravvivere: lei anticipa, stimola, contiene, interpreta e ha come obiettivo la cura e la protezione del bambino. Il suo ruolo è quello dall’inizio e lo sarà per sempre: da ciò la difficoltà a separarsi dal figlio quando arriva l’adolescenza.

Il ruolo del padre è tutt’altro e nasce dal fuori: è la distanza, la limitatezza (dell’esperienza che per la madre è viscerale) la mediazione.

quello che i genitori non hanno capito del figlio

Cosa c’è di rassicurante

Il mondo degli adolescenti è complesso ma non infinito: sono le stesse 3 o 4 cause  che creano la maggior parte dei problemi dei ragazzi.

  1. Stenta ad acquisire autonomia e a separarsi dalla madre che attraverso le tecnologie mantiene costantemente un occhio su di lui
  2. stenta a nascere socialmente e a crearsi un suo ruolo definito
  3. E’ fragile, si vergogna necessità di continui rinforzi e incoraggiamenti
  4. Sarà capace di amare gli altri (e diventare un padre) preso com’è dal suo apparire?

Il mondo dei genitori è più prevedibile di quanto sembra: sono quasi sempre le stesse 3 o 4 condizioni di base che creano le difficoltà di comunicazione con i figli.

  1. I ruoli canonici madre e padre non vengono rispettati e si perdono le coordinate
  2. la mamma abituata a proteggere e contenere-controllare stenta a separarsi
  3. il padre perde interesse agli occhi del figlio con cui prima aveva instaurato un rapporto basato sul fare e su interessi comuni
  4. i genitori non hanno una strategia condivisa

Poi ci sono tutte le sfumature dei casi personali che ovviamente sono una per ogni essere umano al mondo, ma questo è un altro paio di maniche. Quello che vogliamo individuare sono i fili di Arianna della comunicazione genitori-figli. E questi sono gli stessi da quando è nata l’umanità.

Cosa possono fare gli adulti

Certo i genitori devono recuperare competenza sulle nuove culture anche per poter capire e aiutare gli adolescenti a gestire la fragilità narcisistica che per esempio l’uso dei social media accentua ancor di più.

Creare dei dispositivi sociali per aiutare la separazione (erasmus, un anno scolastico all’estero, esperienze di volontariato che li portino fuori casa per un breve periodo).

Favorire l’intervento del padre, che in quanto rappresentante originario della distanza, separatezza e frustrazione è più in grado della madre di mitigare la paura del fallimento e della solitudine.

Il padre si rivela una risorsa chiave di estrema importanza: ma non parliamo del padre ideale, quello perfetto e idealizzato. No, qui intendiamo il padre reale, quello che viene accettato per ciò che porta, con i suoi limiti, le sue assenze e le sue mancanze. Il padre che ora accetta la sfida di farsi traghettatore dei figli nel mondo adulto, a modo suo, con le sue competenze che sono sicuramente diverse dalla madre.

Sarà capace la madre di fare un passo indietro per una volta e di lasciar fare il padre a modo suo?

Riuscirà il padre a farsi avanti e a conquistare finalmente uno spazio  e un ruolo di primo piano?

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In vacanza con 4 maschi: guida semiseria alla sopravvivenza

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In vacanza con 4 maschi: guida semiseria alla sopravvivenza


Scritto il 27 luglio 2014

in vacanza con 4 maschi - guida alla sopravvivenza - vivere semplice

Andare in vacanza con i maschi è disperante. Vivere con loro tutto l’anno ok, ma andarci anche in vacanza è troppo! L’anno prossimo opterò per una vacanza al femminile, voglio solo amiche con le loro figlie. Si, perchè negli anni ho sviluppato il mito che le femmine sono più intelligenti e ragionevoli, più organizzate e meno zozzone e soprattutto hanno più buon gusto. Forse mi sbaglio e vi prego convincetemi che mi sto sbagliando.

Ho 3 figli maschi fantastici e un marito meraviglioo però quel che è giusto è giusto: i maschi vivono nel caos, perdono tutto, non si lavano se non costretti e non fanno altro che ridere. Non si stancano mai, amano le barzellette ma non capiscono i doppi sensi, non cercano mai di interpretare una frase, mangiano sempre e si appassionano a cagate come i go-kart.

in vacanza con 4 maschi - guida alla sopravvivenza - vivere semplice

Questa vacanza mi è sembrata più faticosa di altre (forse lo dico tutti gli anni).
Siamo stati una settimana in uno dei campeggi più semplici e selvaggi in cui sia mai stata, ad Eraclea Minoa, tra Sciacca ed Agrigento, in Sicilia, sotto una pineta fittissima a ridosso del mare azzurro-caraibi e della spiaggia africana.

Tre ragazzini, di 12, 10 e 4 anni più un marito con la passione per la radio e le antenne sono state un vero colpo di grazia. Sono tornata con la sensazione di aver fatto tutto per loro e pochissimo per me, non ho scritto, ho letto poco e ho passato le giornate a redimere diatribe, trovare soluzioni per evitare litigi e togliere pidocchi. Altro che vacanze!

in vacanza con 4 maschi - guida alla sopravvivenza - vivere semplice

Ecco perchè

Con una caparbia senza paragoni ho chiesto che i grandi lavassero i piatti tutti i giorni (e ci sono riuscita) e ho capito perchè quasi nessun genitore lo fa: è molto più faticoso che non lavarseli da sè.

Con una tempistica esagerata li ho obbligati a fare compiti tutti i giorni  giusto per avere almeno un’oretta di tempo per leggere, dormire o stare a fissare il vuoto (i compiti della scuola steineriana sono più difficili di quelli “normali”. Rimpiango quardo ero bambina e potevo fare 40 esercizietti senza pensarci su.. loro devono leggere il Piccolo Principe e inventare personaggi che pensino, che abbiano qualcosa  da dire…insomma devono sforzarsi di usare la fantasia e di metterla nero su bianco, cosa che gli viene assai difficile)

in vacanza con 4 maschi - guida alla sopravvivenza - vivere semplice

Lorenzo Pedro il dodicenne, che di solito comincia con i tuffi il primo giorno e non lo si vede per tutta la vacanza si è preso l’otite  e non ha potuto più fare il bagno: risultato ha passato la vacanza a lamentarsi e a chiedere chi voleva batterlo a ping pong.

Metteteci in più il  detox week, ovvero astinenza da telefono, internet, social e email. E’ stata davvero dura. Posso scrivere una guida alla sopravvivenza solo perchè è passata, e sono qui a raccontarvelo in modo semi-serio. Ecco quali sono le cose non farò più:

  • andare in vacanza senza amici: la condivisione è necessaria (quando è troppo è troppo anche per una famiglia felice)
  • scegliere un luogo selvaggio e isolato: i ragazzi hanno bisogno di distrazioni, altrimenti nel nulla rischiano di trovare se stessi che è proprio quello che non vogliono fare
  • abbinare i figli full time al detox week: pessima idea. Non sapete quanto leggere le sfighe altrui su facebook possa far da placebo e sedare le imperscrutabili insicurezze che vengono ad una mamma che pensa di aver sbagliato tutto con i propri figli.

Il colpo di grazia me lo ha dato poi leggere Libertà di Franzen, che racconta la storia di una donna americana, progressista e alternativa che mi assomiglia in modo imbarazzante e ad un certo punto suo figlio adolescente che lei adora decide di andare  a vivere con i vicini, buzzurri cafoni di provincia con la spillatrice di birra in giardino e il quad. Ci voleva proprio!

Non sono più sicura che insegnare l’educazione ai propri figli, il rispetto per gli altri, le regole, l’importanza del gioco e della fantasia, la capacità di usare bene la propria libertà sia stata una buona idea. Per adesso ha sortito ben pochi effetti: mi ritrovo con tre bestioline rampanti che ridono sguaiatamente e si appendono agli alberi tutto il giorno ed io e mio marito ci guardiamo esausti pensando che rivogliamo la nostra vita di coppia in carriera senza figli.

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Quello che gli altri si aspettano da una famiglia steineriana

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Quello che gli altri si aspettano da una famiglia steineriana


Scritto il 05 giugno 2014

parchetto

Quando qualcuno chiede a mio figlio di quasi 12 anni perchè non ha la televisione lui risponde: chiedi a mio padre!
Lui non lo sa il perchè o almeno fa finta di non saperlo.

A cosa serve non avere la tv

Il mondo è pieno di gente che passa la vita davanti alla tv perdendosi un sacco di occasioni fantastiche. Potrai guardare tutti gli schermi che vorrai quando sarai grande, ora fai altro!

Non vogliamo in casa un imbuto che ti infila un sacco di banalità nel cervello. Il cervello di un bambino è un oggettino che va trattato con cura (se ti interessa leggi come è fatto il cervello di un bambino)!

Ad alcuni bambini capitano genitori più rompiXXglioni di altri che ci tengono a queste cose: a volte si tratta di persone che mandano i figli nelle scuole steineriane, ma questo non è affatto detto.

Voglio dirvi una cosa: nella scuola steineriana ci sono bambini che a 10 anni hanno visto più film di me e guardano la tv per ore e ore al giorno da quando avevano zero anni. Vedete?

Crescere i tuoi figli come credi e sentirti etichettato come famiglia steineriana diciamolo, è un po’ una sfiga infondo.  Per i seguenti motivi:

  • perchè berlusconi e gli executive della Silicon Valley hanno scelto una scuola dove tv e tecnologie vengono tenute fuori
  • alcuni credono che hai un sacco di soldi, mentre tu recicli tutto pur di risparmiare
  • alcuni pensano che credi di sapere tutto tu, mentre tu hai un bisogno enorme di confronto, di aiuto, di capire insieme agli altri genitori come cavolo si fa a crescere un paio di figli o tre…

Non ci sentiamo per niente una famiglia steineriana, anzi questa espressione ci fa proprio arrabbiare. Perchè tutto deve essere sempre incasellato?

A cosa serve non essere dei fanatici

Detto questo abbiamo deciso di regalare il telefonino a Lorenzo Pedro per il suo compleanno: non vogliamo che si senta un diverso visto che è rimasto l’ultimo della classe a non averlo. Sarebbe stato bello parlarsi tra genitori e provare a posticipare ancora un po’ il momento in cui i nostri figli passavano le serate su what upp, ma non c’è stato modo. Neanche nella scuola steineriana.
Questo è  il contratto d’uso che gli abbiamo dato insieme al regalo.

Per festeggiare ha voluto fare un pigiama party insieme a due amici, rigorosamente senza fratelli. Prima di andare a letto (tardissimo) l’ho sentito che leggeva in camera sua il contratto insieme ai suoi amici. Erano in silenzio. Lui ad alta voce, loro ascoltavano. No commenti, no risate. L’ho trovato commovente.

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